MADE IN ITALY
DEL TEMPO CHE FU

18 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Aumenta il numero di coloro che non vogliono più sentir parlare di declino dell´Italia. Probabilmente pensano che, non parlandone, il declino stesso si possa arrestare. In realtà, però, forse hanno anche un po´ ragione. Ormai siamo oltre il declino. Nel nostro paese si sta affermando un «modello di sviluppo» (come si diceva una volta) certamente inaspettato e che è in grado di sollevare infinite perplessità e anche qualche buona angoscia. Per essere brevi, stiamo andando indietro, nel senso che la «qualità» della produzione italiana invece di spostarsi in avanti si sta spostando indietro.

Per capire che cosa sta accadendo, bisogna avere la pazienza di sorbirsi un po´ di numeri, ma cercherò di semplificare la cosa. I ricercatori di Prometeia hanno fatto un lavoro paziente, ma utilissimo. Hanno calcolato come è cambiata (fra il 2002 e il 2003) la produzione italiana nei vari settori industriali. I risultati di questa ricerca mettono qualche brivido.

Vediamoli. Nel comparto più famoso, quello del «made in Italy», quello che tutti invocano perché ci tiri finalmente fuori dalla crisi, nel 2003 si sono prese più che altro botte da orbi. Si va dal 2,5% in meno nel settore lana (produzione in valore) al 6,5% in meno nelle scarpe. L´oreficeria e i gioielli si sono presi una stangata addirittura di quasi il 12% in meno. Unico settore in crescita (in valore e in quantità fisica) risulta essere la pelletteria (più 0,7%). L´abbigliamento è andato su dello 0,5% in valore, ma è sceso del 2,4% come produzione fisica: insomma, hanno tenuto perché hanno aumentato i prezzi, e anche in modo robusto.

Conclusioni: il made in Italy perde colpi (e anche gravemente) su tutta la linea. E´ un settore che gioca ormai in difesa e non certo in attacco. Che da qui possano venire aiuti sostanziosi per uscire dalla crisi è molto difficile. Anzi, è il made in Italy, a questo punto, che ha bisogno di aiuti.

Passiamo adesso a vedere i settori avanzati, quelli in cui dovremmo andare avanti per sostituire appunto le produzioni di scarpe e maglioncini. Ma qui il disastro è di proporzioni ancora più grandi che nel made in Italy.

L´informatica risulta crollata (fra il 2002 e il 2003) di poco meno del 10% (produzione sempre in valore). La micro-elettronica è andata indietro di quasi il 5%. L´elettronica di consumo è arretrata dello 0,2% in valore e del 4,2% in quantità fisiche. Sono andati invece discretamente (con aumenti sotto il 2%, peraltro) gli strumenti per l´automazione, le specialità medicinali e la farmaceutica di base.

A questo punto il giudizio sull´hi-tech italiano (compresa la farmaceutica) è abbastanza chiaro: calma piatta con qualche consistente disastro.
Ma allora che cosa è che va bene in questo paese? Grande sorpresa: la siderurgia. La siderurgia nel 2003 ha prodotto (in valore) l´11% in più rispetto al 2002 e l´8% in più in quantità fisiche. Si tratta, questo almeno dicono le cifre, dell´unico, vero successo italiano nel 2003.

Ma è anche un successo che pone domande inquietanti. Tipo, appunto, ma verso quale razza di modello di sviluppo stiamo andando? Fino all´altro ieri eravamo tutti dell´idea che erano i paesi in via di sviluppo a dover fare le produzioni a minor valore aggiunto (quelle di base) mentre i paesi più sviluppati (come l´Italia) dovevano crescere nei prodotti avanzati, quelli a maggior valore aggiunto.

Qui invece sta accadendo esattamente il contrario: andiamo avanti nell´acciaio, ma perdiamo colpi su tutto il resto, compreso il made in Italy. E´ vero che abbiamo bravi fabbricanti di acciaio (il magico Arvedi vende anche tecnologia avendo inventato delle acciaierie «tascabili»). Ma tutto questo non spiega la storia assurda che si sta verificando, e che le statistiche (anche se magari un po´ opinabili) stanno registrando. L´Italia sta ripercorrendo a ritroso la strada dello sviluppo: dalla micro-elettronica sta tornando all´acciaio. E non dall´acciaio alla micro-elettronica.

A questo punto, però, sono chiare due cose. La prima è che qui non basta più dare qualche sostegno generico alle imprese e alle industrie. Qui bisogna cominciare a chiedersi davvero che cosa sta succedendo e perché mai non siamo capaci di crescere nei settori avanzati. Bisogna cominciare a chiedersi che cosa manca: la scuola, la ricerca, le opportunità?

La seconda cosa chiara è di quelle non troppo liete. Solo degli sconsiderati possono pensare che l´Italia possa rimanere a lungo nel club del G7, se continua a crescere come produttore di materie di base. Di fatto, è bene dirlo, siamo su una sorta di ascensore che ci porta dritto oltre il declino: grande paese, di grandi tradizioni, ma che fa quello che dovrebbero fare i paesi emergenti.

Non solo: se questo processo va avanti è chiaro che ci saranno sempre meno risorse da distribuire ai cittadini. I soldi si fanno vendendo prodotti avanzati e non materie di base, che altri poi trasformeranno, guadagnandoci sopra. La notizia, insomma, è che siamo sulla strada per diventare poveri.

Copyright © La Repubblica per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved