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PER I TAGLI DI BEN?

2 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Come ex-presidente della Federal Reserve di Atlanta, Bill Ford, conosce assai bene le logiche che ispirano le decisioni della potente Banca centrale americana. Anche per questo ritiene che le probabilità di un taglio dei tassi d’interesse, a cavallo fra il 2006 e il 2007, stiano crescendo sensibilmente.

L’economia degli Stati Uniti sta rallentando. I segnali sono inequivocabili. Sarà un atterraggio morbido o si rischia lo schianto?
Sono favorevole a uno scenario di atterraggio morbido. Ritengo che la frenata dell’edilizia provocherà un rallentamento della crescita del Pil intorno al 2,5 per cento.

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Se questo è il quadro congiunturale, quale sarà l’atteggiamento della Federal Reserve nelle prossime riunioni?
Al prossimo incontro previsto il 24 e 25 ottobre il direttorio deciderà per un nulla di fatto. Tuttavia entrerà in agenda una prossima sforbiciata al costo del denaro. Credo che i tassi di interesse verranno abbassati a partire dalla riunione di dicembre o in quella di gennaio.

Da ex banchiere centrale quante probabilità attribuisce alle ipotesi appena indicate?
Sulla base di quanto sappiamo oggi, direi che al 90% non ci sarà alcun cambiamento di politica monetaria durante il meeting di ottobre. Per i mesi successivi, se l’economia continuerà a mostrare segni di debolezza, la possibilità che venga abbassato il saggio-base già nella riunione di dicembre aumenta al 20-25%. A gennaio, se il quadro macroeconomico non darà chiari segni di miglioramento, la decisione della Fed di tagliare i tassi ha almeno una probabilità del 50 per cento.

I più pessimisti fanno notare che la curva dei tassi in America è invertita. In altre parole i rendimenti a breve sono maggiori di quelli a lunga. Sostengono, inoltre, che dal dopoguerra ad oggi, le recessioni hanno ricevuto un impulso da politiche restrittive della Fed che hanno causato, a un certo punto, l’inversione della curva. Che ne pensa?
È vero, di solito l’inversione della curva preannuncia una recessione. Ma questa volta esistono almeno due ragioni per nutrire un certo ottimismo. In primo luogo la curva appare più appiattita che invertita. I rendimenti a breve e a lungo termine viaggiano entrambi intorno al 5 per cento. In secondo luogo, il costo del denaro è ancora basso. Vorrei fare un esempio per chiarire cos’è veramente una curva dei tassi invertita che preannuncia recessione.

Faccia l’esempio.
Nel 1980 quando partecipavo al board della Fed il tasso di riferimento viaggiava tra il 18 eil 20% con i tassi a lungo termine al 12 per cento. La distanza era di sei punti: quella era una situazione che anticipava una futura crescita negativa.

In altre parole le condizioni attuali sono meno estreme. È esatto?
Proprio ciò che intendevo dire. I rendimenti oggi si aggirano al 5 per cento. Non è un livello che spinge necessariamente alla contrazione dell’attività produttiva. A esempio, i tassi sui mutui ipotecari per un rifinanziamento trentennale gravitano intorno al 6 per cento. Ciò rallenta l’attività edilizia ma non la uccide. È una situazione ben diversa dal 1980, quando erano al 14%. Al contrario, oggi il denaro è ancora a buon mercato. Una situazione che non impedirà ai consumatori di acquistare una nuova automobile a rate o finanziare altre esigenze o neccessità di spesa.

Di recente il prezzo del petrolio è scivolato fino a poco meno di 60 dollari il barile. Produrrà effetti positivi sull’evoluzione della congiuntura?
Si tratta certamente di una bella boccata d’ossigeno. Soprattutto per i sondaggi del presidente Bush. Più seriamente, è un’ulteriore sostegno alla tesi che prefigura un atterraggio morbido dell’economia. È evidente che il calo del prezzo dei carburanti finirà per restituire maggiore potere d’acquisto a famiglie e imprese. Accanto a questo, un eventuale calo dei tassi d’interesse a 10 e 30 anni dovrebbe scongiurare gravi shock nel settore immobiliare. Insomma, tutto gioca a favore di un soft landing.

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