MA SI’, FACCIAMOCI COLONIZZARE

27 Agosto 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Paolo Madron e’ il Direttore di Panorama Economy.

(WSI) – Una dichiarazione, un auspicio, non fanno primavera. Ma tre, e per di
più in simultanea, cominciano a evocarla. Franco Debenedetti, senatore
liberal della sinistra, di fronte all’agonia dell’Alitalia dice che non
ci sarebbe da stracciarsi le vesti se il Paese non avesse una compagnia
di bandiera. Per traslato, continuando il suo ragionamento, anche se non
avesse un’industria automobilistica nazionale, avendo già rinunciato a
quella chimica e informatica.’

Al meeting di Rimini, a rompere il
profluvio di genericità che ammorba gli interventi, arrivano le parole
di Alessandro Profumo e Roberto Mazzotta che non vedono scandalo nella
presenza delle banche straniere nel capitale di quelle italiane.

Evidentemente in qualcuno comincia a farsi strada il pensiero triste ma
legittimo che se il capitalismo italiano non trova in se stesso la
capacità per riformarsi, è bene che sia qualche forza esogena a tentare
l’impresa. Per quanto duro possa essere l’impatto, perché in fondo a
nessuno, nemmeno alla ultraliberista Inghilterra, fa piacere che arrivi
uno spagnolo a dirgli che nella banca che ha appena comprato ci sono 3
mila persone di troppo.

Rischio di colonizzazione? Ben venga, piuttosto
che la paralisi, il continuo rinvio, l’ostruzionismo implacabile degli
interessi corporativi che oramai scatta come un riflesso condizionato
ancora prima di sfiorare il merito delle questioni.

Alitalia, la vicenda
più pittoresca cui ci tocca di assistere con un misto di fastidio e
rassegnazione, ne è un esempio sciagurato: di fronte all’azienda che
chiude, i sindacati si comportano come la signora snob che mentre la
casa brucia eccepisce sull’ornato delle tende. E l’amministratore
delegato, invece di mandarli a quel paese, ne accetta i ricatti
lanciando al contempo segnali d’allarme che penalizzano gli investitori.

Di solito l’argomento forte di chi si oppone all’arrivo degli stranieri
è la difesa dell’industria nazionale, soprattutto se con qualche suo
campione ambisce ad avere una qualche voce in capitolo sulla scena
mondiale. L’antidoto alla perdita di competitività che è sotto gli occhi
di tutti sembra essere la riscoperta del Made in Italy, con tanto di
appello affinché si riaffaccino gli animal spirits che un tempo resero
possibile il miracolo italiano. Ma se questo serve a fare del
capitalismo italiano il più bello e perfetto del mondo solo nei
convegni, meglio lasciar perdere e assistere laconicamente a ciò che
fanno gli altri.

Ultimamente si fa un gran parlare di riforma del
welfare e di nuove relazioni tra le parti sociali, un tema che assilla
pressoché tutti i governi di Eurolandia alle prese con l’improba
difficoltà a far quadrare i conti. All’estero non solo se ne parla, ma
qualcuno ci prova, con il risultato che si siglano accordi come quello
della Bosch in Francia o, ancora più innovativo, della Volkswagen in
Germania, dove la moderazione salariale allontana lo spettro della
delocalizzazione e la perdita del posto di lavoro. È il tentativo,
ancora imperfetto, di trovare una soluzione condivisa in vista che una
ripresa dell’economia meno effimera consenta il ripristino di una
dialettica più conflittuale. Da noi chi glielo spiega ai dipendenti
pubblici o a quelli industriali (vedi Melfi) che cedono alla prima
levata di scudi della controparte?

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