MA QUALE MODELLO SCANDINAVO

28 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Alla ricerca del modello perduto,
il dibattito europeo si è spostato
su quello scandinavo come mediazione
tra i due capitalismi finora dominanti
e spesso in conflitto tra loro:
anglosassone da un lato e renano
dall’altro. Biblioteche traboccano di
studi senza che mai nessuno sia arrivato
a una qualsiasi conclusione.

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Nel
modo in cui viene posto dai blairiani
alla Giddens, dai leader europei riuniti
a Hampton Court e dal centro-sinistra
italiano in odore di governo,
emerge un limite di fondo: un approccio
prevalentemente distributivo.
Si discute, cioè, come salvare il
welfare state spalmando costi e benefici
dallo stato al mercato passando
per istituzioni intermedie.Gli stessi temi
vennero impostati negli stessi termini
in un rapporto dell’Ocse del
1981 intitolato «Dal welfare state alla
welfare society». È caduto il muro
di Berlino (il 9/11/89) sono cadute
le Twin towers (l’11/9/2001).Il primo
crollo ha fatto da volano alla
globalizzazione cominciata dieci
anni prima. Il secondo ha imposto
una brusca frenata. Se non un vero
e proprio backlash.

Eppure,gli stati
maggiori della politica europea,ancor
più quelli di centro-sinistra,parlano
sempre delle stesse cose negli
stessi termini astratti: la riforma del
welfare è diventata un luogo comune
che produce una soporifera litania.
Invece, il dibattito sui modelli
(ammesso che ne valga ancora la
pena) andrebbe reimpostato ragionando
non tanto sulla redistribuzione,
ma sull’accumulazione.

La produzione. La Gran Bretagna
in questi vent’anni ha cambiato
modello di accumulazione mettendo
al centro la finanza,con l’aiuto di
una manna piovuta dal cielo (anzi
sorta come Venere dalle acque):il petrolio
del Mare del Nord. Dal big
bang degli anni ’80 in poi la City è diventata
l’altra sponda di Wall Street.
E la sterlina si è legata al dollaro,
mantenendo dopo la crisi valutaria
del 1992,un astuto livello intermedio
tra il biglietto verde e l’euro in gestazione.

La minor bolletta petrolifera
ha aiutato a ridurre l’inflazione e le
entrate (prima e più del modello
Gordon Brown di controllo delle
spese) hanno contribuito a risanare
le finanze pubbliche. In Svezia negli
anni ’80 si è aperta una crisi fiscale
dello stato alla quale non è stata data
soluzione.Il collasso della corona del
’92 ha prodotto una caduta del reddito
reale pro-capite. I socialdemocratici
tornati al potere con Goran
Persson,hanno risposto con tagli duri
al welfare (sanità e pensioni che sono
molto inferiori a quelle italiane).

E una politica per favorire la transizione
del modello di accumulazione
verso lo high tech e soprattutto l’e-business.
Con incentivi fiscali, la diffusione
dell’azionariato di massa e il
cablaggio delle città. Sulla Finlandia
è crollata l’intera crisi dell’Unione sovietica.
La risposta è stata simile a
quella svedese, ma con la differenza
che la Svezia ha una struttura industriale
più solida e diversificata ed è
da un secolo una grande potenza
esportatrice.La Finlandia si è trasformata
in un paese Nokia-dipendente:
il reddito di ogni cittadino è collegato
all’andamento del colosso dei telefonini,
perché il capitale è diffuso e
perché è quella la milking cow anche
per il bilancio statale.

In Italia
nessuno di questi modelli di accumulazione
può funzionare.Non abbiamo
il petrolio, la borsa è la più
asfittica d’Europa,nelle telecomunicazioni
facciamo solo gestione di reti,
l’industria tradizionale è in declino.
In più siamo, con gli immigrati,
60 milioni. Siccome la demografia
conta,per applicare il modello scandinavo
avremmo bisogno almeno
di dieci Nokia o Ericsson (si intende
multinazionali di prima grandezza).
Ma nessuno lo dice. Anzi, ciascuno
illude gli elettori di poter distribuire
meglio dell’altro quel che ancora
non è stato prodotto.

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