Ma quale bolla dell’oro: e’ il dollaro che preoccupa

27 Luglio 2010, di Redazione Wall Street Italia

All’interno della comunita’ degli investitori dovrebbere prendere sempre piu’ piede l’idea che il problema cruciale non e’ scegliere quale metallo tra oro e argento garantira’ i maggiori guadagni e quale invece rischia di subire le ripercussioni maggiori in caso di eventuale scoppio di una bolla. Bensi’ la questione del dollaro come valuta di riferimento. Servirebbe un salutare cambiamento di regime.

Peter Shiff, businessman e commentatore molto seguito in Usa, fornisce un esempio lampante sulle pagine di Business Insider: nei primi giorni di luglio i prezzi di oro e argento sembravano destinati a mettere fine al trend rialzista che si protraeva ormai da cinque mesi, dopo il calo del 5% dai massimi di giugno. Ma cosi’ non e’ stato. Allo stesso modo nessuna bolla e’ all’orizzonte. Quello a cui gli investitori dovrebbero stare attenti e’ invece il futuro della valuta americana.

In passato abbiamo assistito a tante correzioni di questo tipo in un contesto generale di corsa al rialzo dei metalli preziosi. In questo caso, proprio quando gli investitori si erano ormai rassegnati al fatto che una recessione a doppia V avrebbe finito per scongiurare il pericolo di un’inflazione, compromettendo la domanda per i metalli preziosi, ecco che i mercati di entrambe le commodity si sono stabilizzati.

Gran parte degli investitori ancora crede nella legge universalmente accettata secondo cui i metalli sono in grado di aumentare valore solo nel caso in cui l’inflazione sia molto diffusa o nel caso di una crisi finanziaria, che incoraggi gli investitori a cercare rifugi sicuri.

Ebbene il fatto che entrambi i metalli non siano scesi sotto l’area di trend rialzista, nonostante la mancanza di notizie su entrambi i fronti, dovrebbe mettere a riposo per un po’ i gufi. Invece, purtroppo, nulla sembra piu’ resistente e industrittibile della credenza che i mercati sono destinati ad assistere alla formazione di una pericolosa bolla dell’oro.

Schiff, candidato 2010 al Senato e presidente di Euro Pacific Capita, non riesce a farsene una ragione. L’incremento dei prezzi dei metalli preziosi visto ultimamente altro non e’ che il risultato diretto della dissolutezza evidente dei governi di tutto il mondo.

Le politiche spendaccione di Washington, Londra e Tokyo, hanno indotto la gente a perdere fiducia nelle valute liquide. Gli investitori, nonche’ un numero crescente di cittadini, capisce che i debiti non sono cumulabili per sempre e che la soluzione piu’ allettante e’ semplicemente quella di stampare altra moneta.

L’unica alternativa e’ un’indesiderata stretta monetaria, che servirebbe solo a ridurre le entrate sul lungo termine, come dimostrato dalla curva di Laffer (dal nome dell’economista della South California che la invento’), grafico a forma di campana che mette in relazione l’aliquota di imposta e le entrate fiscali, inventato per convincere l’allora candidato Repubblicano alle presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette.

Questo conflitto rimarra’ incentrato sul CPI, con la gente che vuole vedere se i prezzi cresceranno o se l’appetito per il rischio tornera’ a farsi vivo sul mercato, come sembrerebbe dalle ultime sedute. Cosi’, fino a quando le correnti politiche non cambieranno, o non ci troveremo nel bel mezzo di una catastrofe sovrana, l’oro e l’argento saranno in una fase di crescita sostenibile “secolare” (a lungo termine), ovvero di mercato rialzista – non certo una bolla.

Quello di cui gli investitori dovrebbero invece preoccuparsi e’ degli effetti della crisi del debito sovrano. Da molti e’ visto molto semplicemente come l’elemento precursore di un crollo della valuta. Se le previsioni dovessero rivelarsi corrette, allora e’ probabile che gli investitori continuino a riversarsi in attivita’ a valore intrinseco, compresi i metalli preziosi, evitando accuratamente il dollaro.

Dal punto di vista di Schiff, la scelta tra oro e argento e’ di interesse secondario. Gli investitori dovrebbero invece smetterla di fare affidamento nell’anacronistico regime imposto dalla moneta statunitense.