MA PASSERA E’ DAVVERO SOTTO SCHIAFFO?

1 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Corradino Passera farebbe bene a dare una sistemata agli uomini che curano la comunicazione e l’immagine della banca. Basta leggere certi giornali dei giorni scorsi per capire che IntesaSanPaolo e il suo capo ex-McKinsey sono sottotiro. Anche il modo con cui viene rappresentata la decisione di non dare corso ai Tremonti-bond e di camminare con le proprie gambe, è spiegata sui quotidiani più importanti in modo ben diverso dalle decisioni di Unicredit. Due pesi e due misure per Alessandro Profumo e per Corradino che dopo aver sfregiato Giulietto Tremonti sui bond deve camminare in salita.

Ben diversa è la linea di comunicazione seguita dal genovese Profumo che in questi mesi ha scelto il profilo basso e si è ben guardato dall’entrare in rotta di collisione con il ministro dell’Economia. Non solo: mentre l’europeo Alessandro imbocca la strada di un aumento di capitale con il consenso delle Fondazioni (dove il massiccio Palenzona gli ha tessuto la tela dei consensi), Passera ha dovuto toccare con mano che tra i suoi azionisti permangono i dissensi e spuntano strane convergenze. Se puo’ interessarti, in borsa si puo’ guadagnare con titoli aggressivi in fase di continuazione del rialzo e difensivi in caso di volatilita’ e calo degli indici, basta accedere alla sezione INSIDER. Se non sei abbonato, fallo ora: costa solo 76 centesimi al giorno, provalo ora!

Sembra ad esempio che ben tre consiglieri vicini alla Lega abbiano fatto asse con i torinesi della Compagnia di SanPaolo (primo azionista di Intesa) e abbiano messo dei paletti sull’operazione e soprattutto sul futuro. Secondo il quotidiano “La Stampa” l’obiettivo è di smontare il sistema dualistico di IntesaSanPaolo per ridimensionare Corradino e piazzare nell’organigramma un direttore generale “sensibile” agli interessi dei sabaudi che non hanno ancora digerito lo schiaffo della fusione.

Così scrivono i giornali dopo le botte del “Corriere della Sera”, che nei giorni scorsi aveva scritto una specie di lapide nella quale era facile vedere (come al solito) il profilo di Abramo-Bazoli e dei torinesi del SanPaolo. Ebbene, quando due giornali importanti come il “Corriere della Sera” e “Il Sole 24 Ore” prendono le distanze in modo così vistoso, c’è di che preoccuparsi, ed è questa la ragione per cui Corradino dovrebbe dare una sistemata alla sua immagine.

Come se non bastasse, ai due giornali milanesi si aggiunge il quotidiano finanziario “MF” di Paolo Panerai. Il messaggio inviato nei giorni scorsi da “MF” è bello e abbondante perché il giornale fa capire che il 15 ottobre potrebbe essere il D-Day del longilineo banchiere comasco.

Quel giorno la Procura di Milano dovrà pronunciarsi in maniera definitiva sulla vicenda Risanamento dove l’immobiliarista Zunino ha creato un buco da 2 miliardi che vede IntesaSanPaolo capofila dei creditori.

In un lungo articolo pubblicato la settimana scorsa a firma di Osvaldo De Paolini (direttore di “MF”) e Manuel Follis, vengono analizzate con grande cura le memorie con le quali i magistrati di Milano hanno bocciato per ben due volte (14 luglio e 21 settembre), il piano di salvataggio di Risanamento uscito dalla mente fertile di Gerardo Braggiotti, IntesaSanPaolo e Vincenzo Mariconda. Costui è un siciliano dall’aria superba e i capelli laccati che sta gestendo in questa fase la società di Zunino.

Per ben due volte la Procura di Milano, guidata dal magistrato Manlio Minale, ha frantumato il progetto di salvataggio di Risanamento con motivazioni sicuramente causidiche, ma inequivocabili. In pratica i due pronunciamenti dei magistrati portano alla stessa conclusione: Risanamento deve fallire perché a salvare la società di Zunino non bastano i 130 milioni di liquidità promessi dalle banche e nemmeno gli 800 milioni previsti nel progetto complessivo. Tra le righe del secondo pronunciamento, quello del 21 settembre, che non è stato peraltro firmato dal procuratore aggiunto Francesco Greco (uno dei pochi che ne capisce di finanza e che lunedì sera alle 18 è sbarcato a Fiumicino per incontri segreti), c’è poi un’affermazione pesantissima.

Si legge infatti che l’iniezione di liquidità di 130 milioni potrebbe non bastare qualora oltre ai creditori si facesse sotto l’Agenzia delle Entrate guidata da Attilio Befera che potrebbe accertare imposte per 200-300 milioni. Per dirla in breve: sotto la poltrona di Corradino Passera c’è una bomba che tra 15 giorni potrebbe scoppiare con grande fragore. A metterla sono i magistrati di Milano che non credono al brillantinato Mariconda, all’intraprendente Braggiotti, ai consulenti di Bain e ai revisori contabili di PriceWaterHouseCooper.

Il cerino ce l’ha nelle mani l’Agenzia delle Entrate che per chi non lo sapesse dipende dal ministro dell’Economia snobbato sui bond. E chi è il ministro dell’Economia? La risposta è facile.

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da ORSI E TORI – Milano Finanza

Da sabato 19 il caso ha preso a montare. A crearlo è stato un articolo del Corriere della Sera, collocato in prima pagina, ma nella insolita posizione per un commento, in fondo pagina a sinistra: una sorta di francobollo ma con l’onore della prima.

L’equazione del commento: da una parte la Fiat, per bocca di Sergio Marchionne, chiede la proroga dei contributi per l’auto, dall’altra il suo azionista di comando Exor, invece di tenersi stretta la liquidità di cui dispone per immetterla eventualmente nella casa automobilistica, si mette a comprare Banca Fideuram da Intesa Sanpaolo insieme a fondi di private equity. Risultato: l’operazione Fideuram non è da fare. E alla fine dell’articolo, di fatto la firma della rispettabile operazione, attraverso il non secondario dettaglio che contrario all’operazione è il presidente della Fondazione Sanpaolo, co-controllore di Intesa, Angelo Benessia.

Da questo commento insolito, in una settimana, sono piovuti numerosi articoli, facendo passare in secondo piano argomenti più sostanziali per il futuro del Paese, come lo scudo fiscale. Apice della polemica, dopo un articolo de Il Foglio che configura, partendo dal caso Fideuram, scenari assai più ampi anche sul piano politico, un nuovo articolo, questa volta a metà fra il commento e l’inchiesta, venerdì 25, sempre sul Corriere della Sera, in una pagina intera fuori della sezione economia e precisamente dove di solito ogni giorno compare un tema di respiro sotto la voce Focus, questa volta sostituita da una testatina Banche e soci.

Se il commento di una settimana fa e i fatti non separati dalle opinioni di venerdì 25 sono da una parte una indiscutibile testimonianza del duro lavoro del direttore Ferruccio de Bortoli per far apparire il quotidiano indipendente dai suoi soci, tenuto conto che sia Fiat sia Intesa Sanpaolo sono ben presenti nel capitale di Rcs, dall’altra parte testimonia che è iniziata una battaglia anche mediatica (peraltro ampiamente anticipata da MF-Milano Finanza il 1° maggio e il 17 giugno scorsi) per la futura governance della maggiore banca italiana, guidata da Corrado Passera, i cui consigli d’amministrazione sono in scadenza con l’approvazione del bilancio 2009.

Nel mirino, per quanto emerge dalle ricostruzioni più o meno accurate, principalmente un uomo, appunto Passera, che, secondo alcune argomentazioni, vuole vendere Banca Fideuram con l’obiettivo di fare una plusvalenza consistente e quindi evitare di dover rafforzare il patrimonio della banca con i Tremonti Bond da lui criticati per essere troppo cari, ma nello stesso tempo vuole stringere i rapporti con il gruppo Exor-Fiat nella prospettiva di sostenere e partecipare al progetto politico di Luca Montezemolo, attraverso la Fondazione Italia Futura.

Che Passera abbia una valutazione non positiva dei Tremonti Bond è più che sicuro, avendolo lui sostenuto pubblicamente, spiegando anche che, se nell’interesse degli azionisti può fare operazioni meno costose per la banca, le farà senz’altro. Che il banchiere si proponga come alleato di Montezemolo in un disegno politico possibile, ma ancora lontano da avvenire, è tutto da dimostrare. E oggettivamente pensare che al di là di un’intesa ideologica ci possa essere fra i due già una collaborazione operativa appare fantasioso, al di là del contributo che Intesa Sanpaolo ha dato a Ntv, il progetto di Montezemolo e Diego Della Valle sui treni ad alta velocità privata.

Ma se la posizione politica di capi e manager di una banca dovesse essere misurata sulle operazioni alla quale la banca partecipa, sarebbe la fine per il mestiere di banchiere. Tuttavia, non c’è da meravigliarsi che i giornali diano spazio a tale ipotesi, visto il livello basso basso a cui è precipitata l’informazione italiana.

La verità è una sola: Passera è un banchiere con alle spalle varie esperienze industriali, abituato a esprimere il suo punto di vista e con l’obiettivo dichiarato di far essere Intesa Sanpaolo la banca del sistema economico italiano. A cominciare dall’operazione Alitalia. Le sue idee possono piacere o non piacere. Certamente non piacciono al ministro Giulio Tremonti, sempre più attento e critico verso il sistema bancario, dove ha essenzialmente due interlocutori privilegiati: Ettore Gotti Tedeschi, il neopresidente dello Ior, la banca del Vaticano, e Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano (oltre che di Impregilo) che vanta anche legami di parentela con Giancarlo Giorgetti, fiduciario di Umberto Bossi su banche e finanza.

Ma Passera ha significativi estimatori in altre aree del centro-destra: per esempio Fedele Confalonieri, che ha stretto con il banchiere un solido rapporto dai tempi della guerra della rosa, cioè della contesa fra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per il controllo della Mondadori (il cui simbolo è appunto la rosa). Passera era nello schieramento di De Benedetti, essendo direttore generale della Cir, ma quando fu nominato direttore generale a Segrate, nel breve periodo in cui prevalse De Benedetti, l’ex amministratore delegato di Olivetti seppe tenere un comportamento efficiente e corretto, capace appunto di farsi apprezzare anche da Confalonieri.

Ben diversa è la questione sul fronte del governo della prima banca italiana (Tremonti non perde occasione per dire che le banche sono diventate troppo grandi) dove il confronto fra gli azionisti milanesi e lombardi con in testa la Fondazione Cariplo e le entità bresciane controllate dal presidente del consiglio di sorveglianza, Giovanni Bazoli, sono in palese confronto con gli azionisti ex Sanpaolo, a cominciare appunto dalla Fondazione Sanpaolo, presieduta dal giurista Benessia. A Torino, fin dalla fusione lampo, in piena estate, fra Banca Intesa e Istituto Sanpaolo, molti hanno conservato l’amaro in bocca, pensando che il concambio azionario sia stato più vantaggioso per gli azionisti Intesa e che la distribuzione delle cariche, con Passera al comando di tutto e Pietro Modiano relegato a direttore generale dopo che aveva ridato slancio al Sanpaolo (e ben presto costretto a lasciare), dovesse essere riequilibrata alla prima occasione. Appunto alla scadenza dei consigli. E Benessia è diventato il paladino di questa tesi, non essendo certo secondario anche il suo rapporto con Tremonti per il tramite di Gotti Tedeschi.

Se si tiene conto di tutto ciò, non riesce difficile comprendere come la trattativa per la cessione di Banca Fideuram a Exor sia diventata una magnifica occasione per lanciare un pesante attacco, da Torino, sia a Passera e alla gestione milanese di Banca Intesa sia alla gestione combinata di Fiat ed Exor, nel momento nel quale la richiesta di Marchionne di proroga degli aiuti per l’auto si somma al presunto disegno politico del presidente della Fiat Montezemolo per una nuova compagine politica di centro, appunto con il supposto aiuto di Passera.

Tuttavia, pur essendoci in questa ricostruzione qualche elemento oggettivo, se tutti gli affari venissero via via sempre più ricondotti a finalità politiche, la disgregazione del Paese sarebbe ancora più grave di quanto non sia oggi per la stagione delle escort e della violazione della privacy.

Fra l’altro, la tesi che Exor, in quanto azionista di comando della Fiat, non dovrebbe destinare le risorse di cui dispone altro che al sostegno della casa torinese ha il pericoloso effetto di dire che la diversificazione azionaria è come il diavolo. La prudenza gestionale di una finanziaria prevede esattamente il contrario. E in realtà le diversificazioni del passato delle due finanziarie degli Agnelli, Ifi e Ifil, confluite ora in Exor, si sono sempre rivelate preziose per sostenere il capitale della casa automobilistica quando ce n’è stato bisogno. Basta pensare a quanto furono utili la fondazione e la successiva vendita del gruppo Prime, secondo operatore dopo Fideuram nella raccolta del risparmio con rete di promotori finanziari, ricordata in queste colonne nel numero di sabato 12 settembre. Se gli uomini guidati da Gianluigi Gabetti non avessero saputo creare ricchezza nel settore, gli Agnelli non avrebbero potuto ricomprarsi le azioni Fiat da Muhammar Gheddafi.

Inoltre, legando l’investimento in Fideuram con gli incentivi per l’auto, si commette l’errore tecnico di confondere il conto economico con lo stato patrimoniale. Marchionne chiede incentivi per evitare che la gestione porti i conti in perdita, mentre i capitali che Exor ha disponibili, se fossero indirizzati verso Fiat, andrebbero a rinforzare il patrimonio. Ma oggi i problemi della Fiat non sono di patrimonio o di credito, bensì di andamento della gestione, a causa della crisi di mercato. La quale crisi non può certo essere risolta aumentando il capitale della casa automobilistica. Tutt’al più quei capitali cash che ha Exor potrebbero servire a coprire perdite, che oggi Fiat non ha e che Marchionne vuole appunto evitare di avere chiedendo al governo di proseguire nello stimolo della domanda fino a quando il ciclo degli acquisti non sarà ritornato positivo senza sollecitazioni. Perché se la Fiat, come del resto tutte le case automobilistiche del mondo, non avesse potuto contare sugli stimoli all’acquisto dei governi, in un solo anno si sarebbe creata una perdita tale da divorare in un sol boccone le riserve cash di Exor.

Piuttosto, il mercato si domanda se ha senso comprare oggi una banca, Fideuram, che raccoglie denaro con i promotori finanziari, dopo i disastri che questa attività ha dovuto registrare nel mondo.

Evidentemente Gerardo Braggiotti, consulente con la sua Banca Leonardo sia di Intesa Sanpaolo sia di Exor, ha prospettato agli investitori torinesi il vantaggio di comprare con prezzo fissato oggi una banca come Fideuram che sicuramente trarrà un forte vantaggio dal rientro dei capitali, grazie allo scudo. Mentre per Passera la motivazione è più semplice: ha messo a punto il piano di vendere asset non strategici e Banca Fide-uram è una di queste e con la vendita, ai prezzi di cui si è parlato, farebbe comunque una plusvalenza di circa 1 miliardo. Sufficiente a evitare i Tremonti Bond, in nome del conto economico per gli azionisti e del mantenimento della piena autonomia.

La partita è aperta, anche se al momento appare congelata, probabilmente per far digerire alla Fondazione Sanpaolo un altro particolare: Fideuram deriva dalla fusione fra Imi e Sanpaolo, ha quindi acquisito radici torinesi. Il fatto che possa rimanere per così dire torinese, ma in mano a Exor, non piace affatto al presidente Benessia. Che appunto ne ha fatto l’occasione per lanciare l’offensiva verso Passera.

Riuscirà il banchiere che ha saputo avere buoni rapporti anche con il gruppo Berlu-sconi quando era dalla parte di De Benedetti, a convincere Benessia che l’operazione va fatta? Da questa risposta dipendono molte prossime evoluzioni.