MA LE BORSE
NON HANNO PAURA

19 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Non è stata la prospettiva della guerra, ma il tormentone dell’incertezza, che ha depresso le Borse, gli indici della produzione industriale, gli investimenti e la spesa per il consumo di beni durevoli. Ed è stato lo stesso tormentone che ha fatto salire il prezzo del petrolio e delle materie prime con gravi danni per l’economia mondiale e, in particolare, per quella europea, colpita anche dal rialzo dell’euro sul dollaro, causa non secondaria di un ulteriore danno alle esportazioni.

Lunedì, quando si è avuto l’annuncio che la guerra stava per scattare, tutte le Borse del mondo occidentale sono salite, con una punta di 4,5 a Wall Street. Il dollaro ha recuperato sull’euro e lo yen, e il petrolio ha cominciato a scendere. La quotazione del greggio lunedì era di 34 dollari negli Usa che ancora risentono della domanda anomala del periodo di freddo eccezionale, ma a Londra era già ridimensionata a 29,84 dollari.

Ieri il barile è calato a 26,3. Sono scesi anche i prezzi del caffè, del cacao, dello zucchero, della soia, di cui s’era fatta incetta in precedenza. E dopo gli aumenti medi del 2,1 per cento del lunedì, a seguito dell’ultimatum di Bush, le Borse asiatiche hanno registrato martedì nuovi consistenti rialzi, con un balzo record del 4,3 per cento in Corea del Sud e Taiwan. In particolare, sul mercato di Taipei, crescono le quotazioni delle compagnie produttrici di microelettronica: segno che si prevede una ripresa dell’high-tech. Ieri in Europa le Borse hanno mostrato una relativa calma, comprensibile dopo il precedente rialzo. Parigi ha subìto un ribasso e si comprende il perché.

Nel complesso lo scenario che emerge da questi primi dati è quello di una guerra breve, cui corrisponderà un periodo economico positivo. E la valutazione positiva appare particolarmente accentuata in Asia, ove s’addensa la maggior parte della popolazione islamica: l’azione militare contro l’Iraq appare come un fattore stabilizzante, in relazione anche alla questione della Corea del Nord.

Niente a che vedere con gli scenari economici sconvolgenti col petrolio alle stelle, dipinti a iosa sino alla scorsa settimana, da antimamericani desiderosi di farsi male.

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