MA BERLUSCONI VENNE INTERCETTATO
PER BEN 800 VOLTE

27 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

* vicedirettore Finanza&Mercati. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Caro direttore, c’era da scommetterci. Quando lo scriviamo noi, che il Grande Fratello fiscale telematizzato che sta tanto a cuore all’attuale governo, tra i tanti difetti che ha, contempla anche quello di consentire ai malintenzionati di aver accesso a milioni e milioni di dati sensibili che riguardano la vita di noi tutti, ecco che la reazione è una generale scrollata di spalle, con la tiritera che tanto chi paga le tasse e ha tutto in regola non ha nulla da temere.

Ma ecco che si scopre che le violazioni naturalmente avvengono e che hanno riguardato anche oltre cento accessi per controllare la posizione fiscale, bancaria e proprietaria di Romano Prodi e della di lui consorte – insieme a un certo numero di altri esponenti del mondo politico e istituzionale, dello spettacolo e dello sport, ed ecco che furente si alza la canizza, si grida allo scandalo, si evoca la P2, e si punta l’indice accusatore contro Berlusconi e Tremonti, come sospetti numero uno della vasta trama di spionaggio occulto a spese del vertice dell’Ulivo.

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Com’è d’uso in queste circostanze, premettiamo anche noi che occorrerà attendere le risultanze delle indagini della Procura. Della Super Procura, anzi, ché naturalmente l’esposto da parte dei vertici del ministero dell’Economia è stato presentato alla Procura di Milano, mica a quella di Roma territorialmente competente. È solo la Procura di Milano, che indaga per legge non scritta di ogni deviazione sospetta negli apparati pubblici come nel mercato, nei servizi segreti come all’ombra dell’Anagrafe tributaria e dell’Agenzia delle entrate. Ma ci scommetto sin d’ora, caro direttore e cari lettori, che il polverone che s’innalzerà sarà tanto fitto e spesso, che non ci si capirà un acca per mesi e mesi.

Figuriamoci, son solo tre annetti che aspettiamo di capire qualcosa dall’indagine milanese aperta sullo spionaggio attivato per commissione, per conto o quanto meno per nome e su rimborso dell’apparato di sicurezza di Pirelli Telecom. Figuratevi se l’indagine che parte oggi potrà avere tempi più rapidi e tempestivi, o se non si trascinerà invece con la sua ennesima scia di veleni e insinuazioni magari per l’intero corso della legislatura, tanto per tenere i vertici del centrodestra sotto una nuova spada di Damocle.

Così la sinistra avrà buon gioco, nel dire che dietro le perquisizioni scattate ieri a carico di militari della Guardia di Finanza, dipendenti dell’Ufficio Dogane, del Demanio e dell’Agenzia delle Entrate, si intuisce una rete troppo vasta perché non faccia capo a qualcuno. E accessi illegali alla rete telematica dell’Anagrafe tributaria troppo concentrati in poche date strategiche, per non far sospettare che dietro vi fosse una regia politica concertata, al fine si reperire notizie riservate su Prodi tali da comprometterne la figura pubblica in campagna elettorale.

Quando spiavano il Cavaliere

Ma proprio perché il rischio di queste indagini è che esse rappresentino a propria volta una fonte di inquinamento politico, mi sento di dire tutto ciò che so della vicenda. L’accesso fuori dalle ordinarie autorizzazioni e prescritti accertamenti alla rete telematica dell’Anagrafe tributaria non rappresenta affatto una novità. Tanto che, per primo e ben prima di Prodi, a esserne stato vittima è stato proprio colui che oggi paradossalmente finisce automaticamente nel mirino come sospettato numero uno di aver ordito e commissionato lo spionaggio. Proprio lui. Silvio Berlusconi.

Poiché da anni mi batto contro la sempre più vasta e capillare estensione di banche dati patrimoniali e bancarie a diretto accesso di una sempre più vasta pluralità di operatori per consentire la cosiddetta “lotta all’evasione”, mi è capitato anni fa come giornalista di rivolgere una esplicita domanda sulla sicurezza di tali controlli e su chi li svolgesse e perché. E lo chiesi proprio a chi allora era ministro dell’Economia, a Giulio Tremonti. E la risposta che ottenni allora non fu propriamente rassicurante.

Il numero dei soggetti abilitati ad accedere al sistema – anche nella rete periferica diffusa in tutto il territorio nazionale – tra ufficiali e agenti della Guardia di Finanza, agenti e addetti della Dia, funzionari del ministero e dell’amministrazione periferica delle Finanze, dell’Agenzia delle Entrate nonché direttamente dell’Anagrafe tributaria, ammontava a centinaia e centinaia di persone.

Negli anni – come ha ieri testimoniato una nota del portavoce del viceministro Visco – è stata affinata la capacità della rete di ritenere indicazione di chi ha effettuato le operazioni di accertamento, capacità che inizialmente era assai labile. Ma una rapida telefonata al colonnello Repetto, che comanda il Nucleo Speciale centrale della Guardia di Finanza addetto alle truffe informatiche, può rapidamente rendervi edotto di quanto sia possibile – non voglio dire facile ma possibile per ogni ragazzino un minimo esperto di hackeraggio online, accedere anche a quella rete lasciando “impronte false”, per così dire.

Non me ne sorpresi molto, perché chi fa informazione economica e finanziaria sa bene che nel mondo odierno dei mercati telematici interconnessi c’è un universo parallelo, che sugli hacker prospera illecitamente e che batte regolarmente, per velocità e capacità di elaborazione di nuovi programmi mascherati, la capacità dei guardiani della rete di erigere sedicenti difese sicure. Ma la permeabilità della rete telematica fiscale non era affatto la notizia più sconvolgente, datami dal ministro di allora. Lo era invece la sua conferma fattuale, quella che ieri appunto mi sono fatto riconfermare dall’allora portavoce del ministro.

Nella calda estate del 1994, allorché sul capo dell’appena eletto premier Silvio Berlusconi si addensavano le nubi delle indagini che avrebbero condotto poi al famoso avviso di garanzia “telefonato” dalla procura di Milano al Corriere della Sera di Mieli, prima che consegnatogli al vertice internazionale di Napoli, tanto era porosa la rete telematica dell’Anagrafe tributaria che essa aveva registro circa 800 accessi, relativi appunto a Berlusconi Silvio. Il numero mi colpì. Per quanto su Berlusconi e le sue aziende si siano riversate negli anni per ordine delle Procure centinaia di perquisizioni giudiziarie, sequestri di atti e ordini ingiuntivi, 800 accertamenti solo fiscali in pochi mesi mi parvero una cifra astronomica.

Informazioni a peso d’oro

Come era possibile spiegarli? La risposta era quella che ancor oggi probabilmente vale per il caso di Prodi e delle altre personalità “scrutinate”: ma lo dico solo su basi logico-deduttive, non certo per sostituirmi ai signori procuratori milanesi, per carità. In realtà, è l’occasione che fa l’uomo ladro.

Quando dati privati e sensibili, di personalità nel fuoco dell’attenzione e delle polemiche, sono a disposizione di centinaia e centinaia di operatori facendo un solo clic sul computer e digitando una password di vastissima diffusione, la tentazione in alcuni o molti di loro è inevitabile: dare un’occhiata, procurarsi i dati patrimoniali, reddituali, immobiliari o bancari, e magari allungarli nell’ombra a peso d’oro. A chi? Ma che domande. Ai giornali, per esempio.

E, soprattutto, alla vasta comunità di chi opera svolgendo pagatissime indagini private, su ogni ambito della vita pubblica, sia essa politica o economico-finanziaria, e a maggior ragione dello spettacolo, visto che per la stampa scandalistica si tratta di notizie che valgono migliaia di copie. Esattamente come avveniva per la rete di “spioni paralleli” a cui manager della sicurezza Telecom, secondo le indagini milanesi, commissionavano indagini sui conti in banca e sulle proprietà, sui regali alle amanti e su quant’altro fosse.

I tanti rischi della nuova legge

Ma mi corre l’obbligo di fare a voi che leggete una domanda. Vi rendete conto, che la Grande Piovra fiscale telematica messa in atto grazie al decreto Visco dello scorso luglio, alla finanziaria e alla mega circolare mostre si 148 pagine emessa la settimana scorsa dall’Agenzia delle entrate, vi rendete conto che ora che si parla di rendere accessibili on line gli incassi settimanali di milioni di imprese ed esercizi commerciali, nonché qualunque pagamento a qualunque professionista o artigiano per somme superiori – dal 2008 – ai soli 100 euro, vi rendete conto quanto la rete dei possibili ricatti può estendersi ad libitum sulla vita e sugli affari di ciascuno di voi? O pensate che saranno solo i politici, le vittime delle spiate illecite?

Sono proprio le illecite ricerche che riguardano oggi Prodi e ieri Berlusconi, a dimostrare che noi nemici del Grande Fratello fiscale combattiamo una battaglia di libertà, prima che di sostegno alla crescita invece che all’odio sociale ritenuto utile a ricattare.

Volete che sia un caso, che molti degli accessi illegali su Prodi siano avvenuti proprio nei giorni in cui i giornali parlavano di sue donazioni ai figli, che sembravano presagire che l’imposta di successione sarebbe stata ripristinata se l’Unione avesse vinto le elezioni, com’è poi avvenuto malgrado le promesse contrarie in campagna elettorale? È esattamente la fame d’informazione, che fa salire le tentazioni ai troppi che hanno accesso ai dati di noi tutti.

Ripeto: non dispongo oggi degli elementi per affermare che anche le 128 interrogazioni su tele fiscale che hanno riguardato Prodi e signora si debbano allo stesso meccanismo che scatta in dipendenti pubblici infedeli e pronti ad arrotondare con un rapido clic del computer il loro stipendio. Dico solo che, in passato, è avvenuto. A cominciare da Silvio Berlusconi. Dunque, non mi stupirei affatto se sia avvenuto nuovamente anche per Prodi. E magari per tanti altri.

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