MA A ME
LA SUPERBANCA
NON INTERESSA

25 Maggio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
E’ sempre la stessa storia, come quella delle liberalizzazioni, privatizzazioni eccetera, che dovrebbero dar luogo a vantaggi sconfinati per i consumatori, in termini di qualità dei servizi e di costi. Ma per quel che ne sappiamo gli effetti della liberalizzazione, per esempio, dei servizi telefonici sono stati: a) il complicarsi delle tipologie di contratto tra cui ci si chiede di scegliere, con il risultato che o si diventa specialisti della materia o si assume un esperto, pagato, che ci consigli; o si accetta di farsi comunque spennare. b) servizi elementari come l’indicazione di un numero in elenco – ricordate il 112 o il 110 di felice memoria? – oggi sono disponibili solo a pagamento e anch’essi, in omaggio alla libertà del mercato, sono offerti da agenzie diverse, se quella che sentiamo farsi pubblicità alla tv con una petulante canzoncina ritiene appunto di doversi reclamizzare.

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Per non parlare della logica «privatistica» che ha invaso le ferrovie, dove ci sono bensì ancora treni a tariffa base – quelli dove prendete le zecche, o pulci e pidocchi – ma se capitate, per fretta o per sbaglio, su uno dei tanti altri inter-euro-super- eccetera rischiate multe milionarie. Adesso ci si annuncia che anche per l’elettricità, finalmente, saremo, ahimé, liberi di scegliere; altre analisi di contratti, altro specialista da assumere, altra rassegnazione finale a subire questa ulteriore «modernizzazione» della nostra esistenza.

Il grande rumore che si è fatto in questi giorni sulla nascita della Superbanca – quella della fusione guidata da Geronzi e Profumo intrepidi condottieri che hanno determinato questo matrimonio (il Papa non avrà niente da obiettare all’uso del termine?) ci ha ricordato, ma solo in parte, l’insofferenza che sentiamo di fronte al trionfalismo delle privatizzazioni. Qui più che insofferenza proviamo totale, irritata indifferenza: non capiamo perché i giornali ne facciano un tale poema epico. Gli stessi «sposi» hanno detto che lo storico evento sarà importante anzitutto per gli azionisti, e poi per le aziende utenti; solo molto più remotamente per le famiglie, e pensiamo anche per i single, cioè per tutti quelli che hanno un piccolo conto in banca e che, a quanto pare, non devono aspettarsi per ora nessun miracolistico mutamento. Se poi i piccoli correntisti hanno anche qualche parente impiegato nella neonata superbanca, sarà meglio che mettano in conto la possibilità di qualche «esubero», riduzioni di personale, ristrutturazioni…

Possiamo sommessamente dire che di tutto questo non ci importa niente, ancor meno che delle privatizzazioni, dalle quali abbiamo ragione di temere molto verosimili danni? Queste notizie – strombazzate e analizzate da organi di stampa che, per lo più, appartengono anche agli «sposi» e alle loro famiglie – ci ricordano soltanto l’attenzione morbosa che i primi rotocalchi del dopo seconda guerra mondiale dedicavano alle vicende delle famiglie regnanti e dei loro cortigiani. Intrattenimento puro e semplice, ma si trattava di rotocalchi, roba da leggere solo dal parrucchiere o aspettando il bus. Adesso occupano le prime pagine di giornali serissimi, e non solo specializzati. Potremmo illuderci di esser diventati tutti capitalisti spasmodicamente interessati a quello che ha detto o dirà, sulla fusione, la Borsa di Hong Kong. Ma siamo sempre e soltanto «capitale», sia pure «umano», sempre oggetti passivi della grande poesia epica del mercato mondiale.

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