M5S: parabola discendente, per 36% italiani colpa di Grillo

31 Maggio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Per oltre la metà degli italiani (63%) è iniziata la parabola discendente del Movimento 5 Stelle e più di un elettore su tre (36%) è convinto che il calo registrato alle amministrative sia legato alla gestione del Movimento da parte di Grillo. E` quanto emerge da un sondaggio realizzato dall` Istituto Swg in esclusiva per Agorà, su Rai Tre.

Più di un elettore grillino su tre è convinto che il Movimento abbia deluso alle amministrative perché i primi mesi di legislatura sono stati sotto le aspettative, ma il 30 percento non è affatto insoddisfatto dal risultato delle urne.

A puntare il dito contro Grillo è il 23 percento dei sostenitori grillini, mentre secondo il 22 percento degli elettori totali e l`11 percento di quelli 5 Stelle il calo registrato dal Movimento è legato a candidati non all`altezza.

“Il Movimento 5 Stelle 3-4 mesi fa godeva di un favore complessivo che andava ben oltre i voti raccolti: anche quando nei sondaggi prendeva il 20 percento, il senso che quella forza stesse spostando qualcosa di importante nel Paese arrivava al 63-64 percento. – ha osservato Roberto Weber, presidente Swg – Ora, invece, siamo già a tre elettori su dieci che si chiedono se il Movimento sia entrato in una parabola discendente”. (TMNEWS)

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La Repubblica scrive oggi che all’interno del Movimento 5 Stelle si prepara una scissione degli anti-Grillo. E una futura alleanza con Sel, come confermato in queste ore (Stop agli F-35: mozione unitaria di M5S e Sel). Ecco l’articolo:

È una manovra a tenaglia. Vito Crimi e Roberta Lombardi, insieme ai talebani di Camera e Senato, hanno il compito di intimidire le “spie”, parola che risuona sempre più spesso nelle riunioni a 5 stelle (Quelle che dovevano essere mandate in streaming, quelle che i cittadini avrebbero potuto seguire comodamente dal loro computer).

Beppe Grillo fa di più. Abbatte i ponti, cerca di allontanare la sua pattuglia parlamentare dalle sirene di una parte del centrosinistra: quella che non si riconosce nel governo di larghe intese, quella che cerca mondi da cui ripartire. La demolizione di Stefano Rodotà attraverso il blog è l’abbattimento di un simbolo che stava diventando scomodo. L’attacco a Pippo Civati va nella stessa direzione.

Perché Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e lo staff sanno bene che qualcosa si sta muovendo, tra i parlamentari scontenti del dirigismo e dalla scarsa democrazia del Movimento. Sanno che l’inevitabile approdo di tutta questa agitazione è una scissione. Per questo puntano a screditare chi andrà via e chi offre intese.

I “dissidenti” parlano con Civati, con Sonia Alfano, con Luigi De Magistris, con Corradino Mineo. Guardano con interesse alle iniziative della rivista Left. Stanno pensando a un “intergruppo” con cui lavorare su determinati temi. Tavoli tematici insieme a Pd e Sel su anticorruzione, incandidabilità di Berlusconi, costi della politica, Europa. Un pretesto per guardarsi in faccia, sondare le possibilità, cominciare un percorso.

«I tempi non sono maturi per andare oltre », dicono alcuni, ma c’è chi come Adriano Zaccagnini – corre più veloce. Perché va bene aspettare: il momento giusto, va bene non farsi cacciare per una questione di soldi (tre giorni fa è arrivato il secondo lauto stipendio e il fondo dove versare l’eccedente ancora non c’è), ma l’approdo va costruito. Strutturato. Altrimenti sarebbe come buttarsi senza paracadute. «Qui non ci sono spie e non ci sono sabotatori – dice Civati – se qualcuno cerca un’interlocuzione io ci sono. Tutto qui».

A cercarlo sono in molti. Quelli della cena dei “congiurati” della settimana scorsa, ma non solo. Perché tanto più il pugno degli ortodossi si fa duro, tanto più gli scontenti aumentano. Girolamo Pisano, in un Transatlantico deserto, commenta l’uscita di Grillo con un desolato: «Ormai si capisce solo lui». E ammette: «Tutto questo mi sta cominciando a nauseare. Un’intervista non la faccio perché mi sono stancato di appiccicarmi (litigare, ndr) con le persone. A che serve? Pensare che da noi a Salerno il gruppo funziona così bene, stiamo facendo cose fantastiche. Qui invece… ».

Lì invece si convoca una riunione congiunta Camera e Senato per parlare dei risultati delle elezioni, e poi la si annulla perché a Palazzo Madama dicono di avere altri impegni. Si fa un ordine del giorno che comprende l’ennesima discussione sul “trattamento economico”, e poi lo si straccia perché gli altri «non sono venuti». Si litiga sulla comunicazione, con le domande di sempre chi ha scelto quelli che oggi saranno con Grillo e Casaleggio a farsi insegnare cosa dire in tv, e come dirlo? Chi ha tirato fuori i nomi di Roberto Fico, Alessandro Di Battista, Vito Crimi, Laura Castelli, Luigi Di Maio, Riccardo Nuti, Nicola Morra, Paola Taverna?». Soprattutto: «Perché dobbiamo scoprirlo dalla stampa?».

È giovedì, i trolley sono pronti, alcuni sono già andati via. Di risposte non ne arrivano, a parte le rassicurazioni: «Ci hanno detto che non si tratta solo di andare in tv. Alcuni di noi saranno addestrati per parlare sui palchi», dice uscendo a prendere aria Daniele Del Grosso. Che di Grillo pensa: «Lui è così, si arrabbia, ma sono sicuro che domani chiederà scusa a Rodotà». Non la pensano allo stesso modo l’avvocato veneto Tancredi Turco («Ha un tantino esagerato, non mi riconosco in quelle parole. Io Beppe non lo vedo come capo»), né il senatore Francesco Campanella: «Le rispondo con una frase soltanto: non mi piace».

Tommaso Currò, che ai giornalisti in cortile ha detto solo un no comment a denti stretti, in riunione lo ha chiesto: «Parliamo di Rodotà». Bocciato. Non c’è tempo. Un’altra volta. La museruola non basterà. Adriano Zaccagnini non parla a caso di «macchina del fango». Nel pomeriggio era al teatro Eliseo all’incontro di Left con Salvatore Settis. Ha preso la parola, ha lanciato semi di dialogo. Non era l’unico 5 stelle presente. Lui ci crede. Per altri, come Giulia Sarti, è tutto inutile: «Sono nel Movimento da 5 anni – dice mentre mangia al volo un muffin alla buvette – sapevo cosa sarebbe successo, ma ho deciso di non curarmene. Chi vuole andare via, vada. Io penso solo a lavorare. E non mi importa dei post di Grillo. Non c’è solo Beppe».