LOBBY,GUERRE
& DECLINO

13 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Gentili signore e signori del pubblico, non credete a questo dizionarietto di moralità (e moralismi) che sui giornali ha preso il posto delle analisi, riguardo il controverso caso della banca Antonveneta, che vede contrapposti con geometrie variabili un paio di istituti bancari esteri, un governatore di banca centrale italiana, un ragazzo di Codogno che si fece banchiere in Lodi, una frotta di parvenus della finanza, un establishment del potere economico parecchio in crisi, alcuni giornali e molti commentatori di fatti economici (dai riflessi politici).

Non bisogna credere al dizionarietto moralistico che mette in elenco il mercato, il rispetto del medesimo, la concorrenza, oppure l’italianità e l’interesse nazionale o ancora i diritti e le aspettative degli azionisti – soprattutto i piccoli, che sono indifesi – l’Europa e la trasparenza.

In questa storia non sono in ballo né le regole, né il mercato, se non in seconda o terza battuta. E’ innanzitutto uno scontro formidabile per un affare di potere tra lobby. L’oggetto dell’affare è il controllo della politica creditizia in Italia, l’accesso al risparmio, la tutela di un sistema imprenditoriale in difficoltà attualmente molto soggetto al potere bancario. Chi comanda sulle banche, comanda sul paese reale. E tutte le parti in causa hanno un interesse. Dunque – disincantatamente – se è un pretesto l’italianità protestata dal governatore della Banca d’Italia (che in nome di questa pretesa italianità è mimeticamente giunto fino al punto di chiudersi nel bunker) così non convince la retorica stucchevole del richiamo al mercato formulato dai commentatori dei grandi giornali borghesi come il Corriere della Sera, il Sole 24 Ore e la Stampa.

Non è convincente il ritratto del consigliere amberto Cardìa – vecchia pasta di democristiano dell’economia di Stato, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio (governo Dini) con delega ai servizi segreti – trasformato in tedoforo dell’economia pura di mercato. E non convince neppure l’applauso al “concerto” disvelato, che arriva da chi è concertista in altre battaglie, oppure ha una cultura concertista dell’intero sistema capitalistico, che in Italia è fatto di intrecci e scambi azionari di mutuo soccorso. Né convincono i toni di antifazismo assoluto.

Quanti balletti intorno al Gov.

Il Fazio che oggi non piace al coro bragantiniano di molti editorialisti è lo stesso Antonio Fazio in cui si riponevano grandi speranze di libertà quando doveva servire come pivot dell’antiberlusconismo grande-finanziario.

Questo fenomeno del resto è alla base dell’imbarazzo che serpeggia in una buona parte del mondo politico da entrambi i lati dello schieramento. Poco meno di un anno fa, caduto politicamente morto Giulio Tremonti, il partito editoriale di Carlo De Benedetti di concerto – già, “concerto” – con pezzi di Alleanza nazionale e Udc, sosteneva con entusiasmo il ruolo di Fazio come commissario de facto del governo Berlusconi. Ancora solo due mesi fa una larga maggioranza votava alla Camera un disegno di legge sul risparmio da cui erano stati eliminati i due punti ostili a Fazio (il mandato a termine del governatore di Bankitalia e il trasferimento dei poteri in materia di concorrenza bancaria dalla stessa Bankitalia all’autorità Antitrust) e che sanciva la sconfitta di una precedente linea aggressiva da parte del governo.

Oggi Fazio non piace più a sinistra, perché: a) la linea difensiva che ha posto attorno al suo sistema di controllo dirigista minaccia gli assetti di un altro sistema di potere, quello dell’asse Milano-Torino, tradizionalmente coccolato a sinistra; b) il Financial Times e il Wall Street Journal lo trattano come il campione del protezionismo nazionale, come l’esponente rappresentativo di una italietta meschina a partire dalla sua classe dirigente e nessuno vuole correre il rischio mondano di vedersi accomunato al governatore.

Il balletto riguarda anche gli amici del governatore, naturalmente. Per esempio Finanza & Mercati, un piccolo brillante giornale economico, tradizionalmente in buoni rapporti con Tremonti, ma anche con la banca Lazard, advisor finanziario della Banca Popolare di Lodi, e che risponde alla campagna mediatica della grande stampa confindustriese e antifaziana con informata intelligenza. Per esempio Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto, i fratelli Lonati ed Emilio Gnutti: un gruppo di raider finanziari – peraltro abbastanza pasticcioni – che punta a scardinare le casse della ex galassia del nord, protette come sempre dai grandi quotidiani, oppure, in alternativa, a consolidare vantaggi finanziari. Un affare di lobby, legittimo, illegittimamente spacciato per uno scontro tra opposte moralità.

La vera immoralità della Fazio-guerra

Per esempio: la squadra di politici che il governatore ha utilizzato da sostegno nella battaglia del ddl risparmio e che è servita anche a dimostrare come Fazio fosse davvero in grado di muovere un pacchetto di mischia parlamentare: si tratta di uomini di provenienza bancaria, legati al governatore e all’istituzione che egli guida da una specie di riflesso corporativo.

Ed è una storia di lobby e non di mercato o di italianità, quella che mette all’improvviso dalla stessa parte della barricata il governatore con un suo ex nemico, Giorgio La Malfa, neo-ministro delle politiche comunitarie. Feroce anti-fazista fino a due mesi fa, doveva scrivere un libro a quattro mani con l’Udc Bruno Tabacci sulla battaglia intorno al ddl risparmio.

Ma La Malfa è passato dalla parte di Fazio, perché non era mai stato il governatore il suo avversario, bensì Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, confidente e uomo d’ordine del governatore di Bankitalia, il vero regista, l’intelligenza politica più lucida del sistema bancario, colpevole, nello schema lamalfiano, di aver sconfitto Vincenzo Maranghi e di averlo estromesso dalla guida di Mediobanca, istituzione centrale nella mappa, nella visione e nella cultura del potere che La Malfa aveva ereditato da suo padre. Così quando si accorge che Geronzi e Fazio rompono il loro sodalizio proprio sull’affaire Antonveneta, il neo-ministro sceglie qual è il suo nemico: Geronzi. E Giorgio La Malfa torna dopo molti anni a varcare il portone di via Nazionale per una visita al governatore della Banca d’Italia. Così anche il dovere di una visita rientra nel dizionarietto morale di questi tempi: come per norme, concerti e trasparenza scopriremo che persino il galateo si applica per i nemici e si interpreta per gli amici.

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