Lo strano caso di Sergio Marchionne. Usa infuriati per il suo “shyster”

7 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

(in aggiornamento)

Sta indispettendo non solo l’Italia, ma anche gli Stati Uniti. Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, si è trovato nelle ultime ore a dover pagare il fatto di non riuscire a dosare sempre bene le parole.

Oltre a scatenare un nuovo vespaio in Italia – di fatto il ceo di Fiat ha affermato che “la base della nuova società (frutto della fusione Fiat-Chrysler) potrebbe essere qui”, Marchionne ha dovuto rimangiarsi anche un’affermazione, che ha ferito la sensibilità degli Usa.

Nel corso della convention dei concessionari di auto che si è tenuta a San Francisco lo scorso venerdì, il manager ha utilizzato infatti per ben tre volte il termine “shyster loans”, riferendosi ai prestiti da 1,2 miliardi di dollari che i governi canadese e americano hanno erogato a Chrysler per salvare la società.

Ora, la parola “shyster” è molto offensiva, in quanto il vocabolo viene fatto risalire alla parola tedesca “Scheisser” da “scheissen” che significa defecare [vedi wikipedia: Shyster].

“Ho usato una parola riferendomi ai tassi di interesse applicati sui prestiti governativi che hanno destato preoccupazione. Mi pento di aver utilizzato una frase che considero inappropriata”, ha detto Marchionne, stando a quanto si legge in un suo comunicato.

Ma la cosa peggiore, come scrive il New York Times in un suo blog, è che studiando l’etimologia del termine “shyster”, alcuni ritengono che la parola nasconda anche un significato antisemita.

Per questo motivo, per evitare una vera e propria bufera negli States, Gualberto Ranieri, portavoce di Chrysler, si è affrettato a dire durante un’intervista telefonica “sono sicuro al 110% che non ci sia alcuna possibilità che la frase sia stata pronunciata con riferimento all’anti-semitismo. Il significato è (infatti) che i tassi (sui prestiti) sono elevati”.

Tutto ciò contemporaneamente al vespaio che ha generato in Italia, ventilando l’ipotesi di spostare la sede di Fiat a Detroit una volta che si sara’ fusa con Chrysler. Una ipotesi bocciata oggi da gran parte del mondo politico e sindacale italiano: e un’ipotesi che ha portato il governo – che secondo Repubblica sarebbe comunque rassegnato per certi versi a una tale eventualità – a convocare l’amministratore delegato per un incontro con il premier Berlusconi.

”Dopo averci spiegato come si facevano i turni, ora Marchionne vuol dirci precisamente cosa sta succedendo nelle prospettive della Chrysler? Dobbiamo aspettarci il regalo che dopo 150 anni Torino diventa la periferia di Detroit? Noi non siamo d’accordo. Vogliamo risposte precise”, dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, nel suo intervento conclusivo all’Assemblea nazionale del partito.

Per la leader della Cgil, Susanna Camusso, il governo dovrebbe ”convocare Sergio Marchionne” per discutere ”finalmente delle cose vere” come il piano industriale. Perche’ ”e’ tempo che diciamo che bisogna fare una discussione di politica industriale e che il governo doveva chiedere delle garanzie a Fiat”, aggiunge Camusso, sottolineando che la dichiarazione di Marchionne ”conferma tutte le preoccupazioni che avevamo”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, precisa: ”una vaga ipotesi non e’ una decisione e non puo’ quindi dar luogo al solito festival delle Cassandre”. Ma puntualizza anche che ”l’Italia tutta, nelle sue componenti istituzionali come in quelle sociali prevalenti, si e’ guadagnata il diritto a conservare funzioni direzionali e progettuali. E l’ulteriore evoluzione dell’efficienza dei siti produttivi puo’ ancor piu’ consolidare questa legittima aspettativa che il governo e’ decisamente intenzionato a far valere.

A Marchionne – prosegue il ministro – chiediamo la garanzia di un trasparente e continuo confronto con le istituzioni e le parti sociali”. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, giudica l’ipotesi dell’ad Fiat ”inaccettabile” e annuncia che appena Marchionne tornera’ in Italia ”chiedera’ un incontro”. Alzata di scudi generale da parte dei sindacati: Giorgio Airaudo della Fiom fa notare che ”la Fiat ha preso molti impegni col governo americano” e ”non avendo nessun impegno con l’Italia e col nostro governo, ha le mani libere”.

Per il dirigente della Fiom, si paga cosi’ ”l’assenza di una politica industriale in Italia” che rischia di far diventare ”gli stabilimenti italiani una succursale della Chrysler”. Rocco Palombella, leader della Uilm, si rivolge direttamente a Marchionne. E dice: ”Ci vuole responsabilita’ quando si fanno affermazioni di questo tipo”, perche’ si tratta di parole ”sbagliate e fuori luogo” che arrivano proprio ”nel momento in cui nel Paese cresce la condivisione sull’investimento del Gruppo in Italia”.

Per il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella, e’ arrivato il momento che Fiat ”metta tutte le carte sul tavolo e dica chiaramente cosa vuol fare, presentando il proprio piano industriale per tutti gli stabilimenti italiani, in maniera esaustiva e definitiva”. Intanto, mentre il 15 febbraio Marchionne e’ atteso a Montecitorio per una audizione alla Commissione attivita’ produttive, circolano indiscrezioni a proposito di un incontro fissato per la prossima settimana tra l’ad Fiat e il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, sul futuro di Termini Imerese. Ma, a questo punto, non e’ escluso che Romani chiedera’ conto a Marchionne del progetto di una Fiat con la testa fuori dall’Italia.