LO SPECCHIO IMPIETOSO DI UNA CLASSE DIRIGENTE

19 Giugno 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Ferruccio de Bortoli e’ il direttore del Sole 24 Ore. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Alcune considerazioni in margine alla vicenda intercettazioni e verbali e al rapporto fra mondo politico ed economia e finanza nel nostro Paese. Lo spettacolo è deprimente: il ventilatore è sempre acceso e il liquido organico schizza a destra e a sinistra. Non risparmia nessuno.

Ma se le rivelazioni riguardano gli intrecci, certo imbarazzanti anche se penalmente di nessun rilievo, fra Unipol e Ds, ecco levarsi lo sdegno di D’Alema e di Fassino e la denuncia di un complotto teso a disarticolare il partito democratico da parte di un non precisato schieramento dell’antipolitica. Se, al contrario, i colloqui intercettati o le deposizioni ai magistrati, come quelle di Ricucci, hanno come argomento l’interesse, anche qui tutto da dimostrare, di Berlusconi alla scalata Rcs, ecco che subito il Cavaliere e i suoi reagiscono denunciando la convergenza maligna fra certa stampa e settori della magistratura.

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Primo punto: l’informazione, sospettata di prestarsi a manovre oscure. Si può discutere sugli spazi dedicati alle inchieste. Sul modo attraverso il quale certe rivelazioni vengono pubblicate. Sulla mancanza di sobrietà ed equilibrio nel dare conto di una storia o dell’altra. Non ci si può entusiasmare, per esempio, se le rivelazioni vere o presunte colpiscono l’avversario politico e minimizzare se imbarazzano l’alleato o un azionista dell’editore, quando non lo stesso editore. Noi saremmo per usare lo stesso metro (minore e rispettoso delle persone che non c’entrano) e per una maggiore sobrietà.

Con un’avvertenza: le affermazioni sono di parte e vanno prese con cautela. Nessuna verità cristallina, nessuna sentenza passata in giudicato. La misura è in molti casi mancata? Certamente. Ma detto questo, i giornali hanno fatto bene a pubblicare tutto quello che i loro cronisti (complimenti) hanno saputo trovare, compreso i particolari del caso Visco-Speciale. I giornalisti non hanno commesso reati (a differenza di alcuni dei protagonisti dei vari affaire) e le intercettazioni, piaccia o no, sono possibili in virtù della normativa comunitaria sul market abuse. Le intercettazioni illegali sono altra cosa e già severamente punite. Le deposizioni sono a disposizione delle parti.

Dunque, non sono più segrete. E sarebbero comunque emerse durante i processi, ammesso che in Italia se ne voglia celebrare ancora qualcuno fra indulti, amnistie mascherate, prescrizioni e cronica inefficienza di Tribunali e Corti.
Secondo punto: la sostanza delle inchieste, di cui nessuno più parla. Come questo giornale per primo denunciò il 15 aprile del 2005 (“Il mercato e il teatro delle ombre”) alcuni immobiliaristi e faccendieri, con la complicità di banchieri e, persino, l’occhio indulgente del governatore della Banca d’Italia, avevano operato, nell’assoluto spregio delle norme di mercato, dei diritti di risparmiatori e correntisti, con l’obiettivo di impadronirsi di due banche (Bnl e Antonveneta) e del principale gruppo editoriale del Paese, la Rcs-Corriere della Sera.

Alcuni di loro, Ricucci per esempio,oggi accusato fra l’altro di aggiotaggio e falso in bilancio, avevano più credito bancario (1,4 miliardi nel momento migliore) che credito personale. Zero trasparenza. Lo vogliamo ricordare ai tanti imprenditori, professionisti, commercianti per bene che sono passati ai raggi x ogni volta che chiedono un fido e in questi giorni si dannano l’anima per gli studi di settore, la deducibilità dell’auto, il diverso regime degli ammortamenti, o no? La maggioranza silenziosa del mondo dell’impresa e dell’economia aveva l’incubo di Basilea 2 mentre Ricucci e gli altri nouveaux entrepreneurs, abituati a scambiarsi palazzi come figurine, pensavano che la nuova normativa sul credito bancario fosse un quartiere residenziale della città svizzera costruito da un loro collega.

E che cosa succedeva nel mondo della politica, a destra come a sinistra, mentre questi personaggi ordivano il loro progetto di potere e di denaro e c’era chi manipolava i conti correnti, persino dei defunti? Prudenza, dubbi, sospetti? Macché. Fassino e D’Alema li consideravano astri nascenti del capitalismo, Berlusconi li guardava con simpatia. E dalle telefonate e dalle deposizioni sappiamo che erano molto ascoltati, ricercati da banchieri influenti con libero accesso alle stanze del Cavaliere o all’entourage di Prodi, vezzeggiati da questo e da quello. E poi ci meravigliamo se cresce nel Paese un distacco per la politica o c’è sfiducia e delusione verso il Palazzo?

Consorte e Sacchetti, accusati di aggiotaggio nel caso Unipol e di aver creato, con altri affari, provviste personali, parlano con i vertici del loro partito con assoluta familiarità. D’Alema continua a difendere Consorte e fa bene. È coerente. Ma come la mette con tutto il mondo delle cooperative, del lavoro e dei pensionati, con tutti quelli che fanno fino in fondo il loro mestiere e non se ne approfittano nemmeno un po’? Conta di più, caro ministro, il cooperante silenzioso e onesto, che va magari alle feste dell’Unità, o il manager disinvolto che però finanzia il partito? E poi si meravigliano se tutta questa vicenda pesa, e terribilmente, sul nascente e sofferente partito democratico.

Sia a destra sia a sinistra si difendono addossando le colpe ai “poteri forti” e ai giornali. Complotti, manovre. Sarà. I cosiddetti poteri forti badano già male (leggi Telecom) ai loro affari che stentiamo a credere che abbiano la capacità, e soprattutto l’intelligenza, di escogitare piani e strategie. Si guardino dalla concorrenza estera (francese soprattutto) e siano meno provinciali, piuttosto. La realtà (amara) è che fanno parte anche loro del desolante acquitrino della nostra classe dirigente, nel quale i personaggi al centro delle inchieste sugli scandali finanziari del 2005 hanno avuto la possibilità di imporsi e di essere, per poco fortunatamente, ammirati, invitati e persino cooptati nei consigli d’amministrazione, perché non si sa mai.

Se il disegno avventuroso dell’estate dei “furbetti del quartierino” non ha avuto successo è merito dei giornali, della magistratura e della Consob. Se i giornali non avessero scritto nulla, questo gruppo, degno del miglior Balzac (César Birotteau) o di una pellicola di Monicelli, avrebbe conquistato ben più del proprio agognato bottino. Lascio ai lettori e ai risparmiatori giudicare se ciò sarebbe stato meglio per il Paese.

E ai politici, così vicini al compagno Consorte o al banchiere Fiorani (quello in attesa davanti alla villa del cavaliere in Sardegna con il suo cactus in braccio) l’onere di riflettere sul perché la classe politica italiana abbia nell’insieme così scarse capacità di separare in economia il grano dal loglio e sia permeabile al fascino di ogni avventuriero, anche l’ultimo arrivato.

La fortuna del Paese è quella di avere tante, tantissime, imprese, professionisti, lavoratori dipendenti e autonomi che con questo mondo di comparse, figuri e figuranti, nulla hanno da spartire. Lavorano e basta, competono sui mercati internazionali. Con successo. Guardano lo spettacolo e si sentono un po’ meno italiani. Questo, a pensarci bene, è il danno reale, di tutta questa squallida vicenda dell’Italia della seconda Repubblica.

P.S. Ieri anche Gianni Letta è entrato nell’advisory board di Goldman Sachs. Ne siamo felici per lui e per la banca americana che ha avuto tra i suoi collaboratori da Prodi a Draghi, da Costamagna a Monti. È curioso che in un Paese in cui nessuno riesce a mettere intorno a un tavolo le intelligenze, e sono molte, di vario orientamento politico ci riesca una banca d’affari. Curioso e amaro. Scherzando, potremmo dire che un governo delle larghe intese lo potrebbe fare solo la Goldman Sachs… a patto che le commissioni non siano troppo elevate.

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