LO SCACCO DELL’ONU DIVIDE GLI UOMINI DI BUSH

16 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Ferita dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attaccata dalle dimostrazioni pacifiste in tutto il mondo, l’aquila americana si rifugia sul suo picco. Per la prima volta nel dopo-guerra fredda, è sotto assedio e incerta sul da farsi. L’aquila americana, anzi due. C’è quella imperiale, solitaria, che vorrebbe attaccare subito l’Iraq. E c’è quella che invece preferirebbe battersi più tardi alla testa di uno schieramento più forte e più ampio. Due aquile, due anime. Che dividono l’amministrazione e il Paese. La guerra programmata, pare per il 3 marzo, cioè 48 ore dopo una riunione ultimativa all’Onu, è diventata difficile se non impossibile da realizzare. L’America cura le ferite e guarda: la Nato e l’Ue, che debbono precisare la loro volontà, supposto che riescano a esprimerla all’unisono; e il Consiglio dell’Onu, che tornerà a riunirsi il 1° marzo, dopo che gli ispettori avranno consegnato un nuovo rapporto forse il 28 prossimo. Per gli Stati Uniti si avvicina il momento della scelta definitiva dopo la grave sconfitta diplomatica. Può l’aquila aspettare il 14 marzo, come proposto dalla Francia, con il serio rischio di subire un’altra umiliazione?

LO SCENARIO – Nel segreto di Camp David, dove nella più massiccia tempesta di neve dal ’96 trascorre il lungo ponte della Festa dei presidenti, Bush si consulta con l’intero gabinetto. Nel discorso radiofonico del sabato parla agli americani disorientati e allarmati non dell’Iraq, come si aspettano, ma della difesa contro il terrorismo, quasi a contestare le manifestazioni pacifiste. Ufficialmente Bush non ha rinunciato a presentare un’altra risoluzione all’Onu che lo autorizzi ad attaccare Bagdad: «La diplomazia non ha ancora esaurito il suo corso», ribadisce il portavoce Ari Fleischer. Ma, dietro le quinte, Bush discute un compromesso tipo Kosovo: rinunciare alla risoluzione per evitare il veto della Russia o della Francia, e muovere guerra al nemico con una coalizione. Non è la posizione del premier britannico Tony Blair, il suo alleato di ferro, che chiede tempo per convertire il Consiglio di sicurezza alla propria causa. Blair ha un sostenitore inaspettato: il segretario dell’Onu Kofi Annan, uomo di pace, avverte che le ispezioni non possono andare avanti all’infinito, e che una seconda risoluzione potrebbe diventare necessaria.

LE DIVISIONI – Il consulto interno dell’amministrazione non è indolore. E’ accompagnato da riflessioni amare sugli errori compiuti. Per il vicepresidente Dick Cheney è stato un errore ricorrere all’Onu. Ripete che quando ne va di mezzo la sicurezza nazionale «certe decisioni non possono dipendere dagli altri», una implicita accusa al segretario di Stato Colin Powell, che sta cercando una legittimazione internazionale del conflitto. Per il servizio diplomatico e per il servizio segreto, la Cia, è stato invece un errore lasciare briglia sciolta al segretario della Difesa Donald Rumsfeld, un falco che ha allargato il solco di incomprensione con i principali alleati europei.

LO SBAGLIO DI CONDI – E un errore è stato anche mandare il consigliere di Bush Condoleezza Rice (detta Condi) dal capo ispettore Hans Blix per indurlo a denunciare Saddam Hussein: Blix avrebbe reagito male, la dama di ferro della Casa Bianca si sarebbe mostrata troppo muscolare. Sono spaccature accentuate da molti democratici (ma non quelli candidati alla presidenza), a cominciare dal senatore Ted Kennedy: non credono che esistano legami tra il raìs e Al Qaeda, e giudicano la condotta di Bush unilaterale e arrogante. L’America si sente in mezzo al guado, anch’essa ha due anime, è in preda a polemiche e recriminazioni. L’allarme arancione antiterrorismo, vicino al massimo livello (rosso), ha scosso il Paese come non accadeva dall’11 settembre del 2001, sebbene se ne preveda la cancellazione entro 48 ore: c’è chi vi ha visto una strumentalizzazione del governo, e chi la conferma che Saddam Hussein va eliminato. Le tv a cavo alimentano la psicosi bellica con una copertura a martello dei preparativi militari nel Golfo Persico, e angoscianti analisi delle armi chimiche e batteriologiche irachene. Secondo i sondaggi, l’America, in grande maggioranza, è pronta alla guerra con Bagdad, ma con il consenso dell’Onu. Insistono su questo punto star del cinema e della canzone come Madonna, e dello sport come Lance Armstrong, ciclista amico di Bush, vincitore di quattro Tour de France. Il Washington Post sottolinea di nuovo l’urgenza del disarmo dell’Iraq, sollecitando Bush ad agire senza più aspettare; il New York Times , invece, abbandona le sue posizioni pacifiste chiedendo una risoluzione che minacci l’uso della forza, ma sembra farlo per preservare l’unità dell’Onu e della Nato e il diritto internazionale. In qualche modo, la spaccatura nella politica e nella pubblica opinione americana ricorda quella della guerra del Vietnam. Ma trentacinque anni fa, essa si verificò a conflitto inoltrato, non lo precedette.

LA GRANDE PAURA – Non c’è dubbio che se Bush attaccasse Saddam Hussein, il Paese non gli volterebbe le spalle. Ma se la guerra durasse troppo a lungo, o facesse troppe vittime (e il Pentagono ha ordinato 77 mila body bags , sacchi di plastica), il suo atteggiamento muterebbe. In questo momento, la frustrazione e molte paure Usa sfociano in una critica feroce della «vecchia Europa» rappresentata dalla Germania e dalla Francia. Ma dietro di essa, si nasconde un appello agli alleati a non isolare la Superpotenza. A livello popolare, l’anima prevalente dell’aquila non è quella solitaria e imperiale, così diffusa nell’amministrazione Bush, bensì l’altra. Che invita gli alleati a una profonda riflessione sull’Iraq, a offrire alternative concrete a una guerra. E che è disposta ad attendere, purché il disarmo di Saddam Hussein appaia una ragionevole certezza, non un’illusione.

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