Liberarsi di tre zavorre a costo zero

25 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Sta scatenando dibattiti accesi l’elenco dei dieci comandamenti stilato da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi per rilanciare l’Italia e sbloccarla dall’era glaciale in cui ristagna da anni. I due economisti hanno firmato ieri sul Corriere della Sera un articolo con cui indicano dieci proposte di intervento concreto, tutte a costo zero, che il Governo potrebbe – e dovrebbe – attuare allo scopo, a loro dire, di rimettere in moto il mercato del lavoro e l’economia italiana.

La sintesi e’ che l’Italia non si puo’ permettere il keynesismo e il percorso da seguire lo indica la Banca Mondiale, come suggerisce Carlo Stagnaro, Direttore ricerche dell’Istituto Bruno Leoni. Nel suo ultimo rapporto Doing Business 2012, il nostro paese e’ scivolato ulteriormente in classifica. Nel report l’organo internazionale censisce, attraverso dieci indicatori, l’attrattività dei diversi paesi rispetto all’iniziativa imprenditoriale. Ci offre l’esempio della stagnazione italiana.

Con l’87mo posto in classifica (su 183), l’Italia perde quattro posizioni rispetto all’anno passato. L’arretramento peggiore, di dieci piazze, si registra nella categoria “avviare un’impresa”, principalmente a causa del miglioramento dell’ambiente normativo all’estero. Perché il messaggio che ormai da 8 anni ci arriva dalla Banca mondiale è che il resto del mondo si è posto il problema di come rendere la vita più facile alle imprese, e ha cercato di dare risposte. Noi, no. E anche quando l’abbiamo fatto, lo abbiamo fatto con intensità insufficiente.

Come nel passato, dunque, l’Italia non è forte su nessun terreno, ma su alcuni è particolarmente debole. Sui permessi edilizi siamo 96mi. Sugli allacciamenti alle reti energetiche, 109mi. Sul mercato del credito, 98mi. Sulla facilità a pagare le imposte, 134mi. Sull’enforcement dei contratti, 158mi (su 183).

E sopratutto chi leggera’ la scheda relativa all’Italia nel 2012, non troverà quasi alcuna differenza rispetto a quella del 2011, che era uguale a quella del 2010 che rifletteva quella dell’anno prima, eccetera, eccetera.

In primo piano ci sono tre misure indispensabili per cui non si puo’ piu’ aspettare altro tempo: combattere la mancata concorrenza, dando via a liberalizzazioni coraggiose, contrastare il fisco oppressivo e infine trovare una soluzione per rendere efficiente la pubblica amministrazione.

“In extremis – esordisce l’articolo – il premier annuncia un intervento sulle pensioni. Ma le ipotesi valutate finora per far riprendere la crescita sono pannicelli tiepidi per un malato che rischia l’arresto cardiaco. I provvedimenti fiscali di mezza estate ridurranno il deficit di un ammontare pari a sei punti di prodotto interno lordo (pil) sull’arco di un triennio, intervenendo quasi esclusivamente con maggiori imposte”.

Quello di cui l’Italia ha bisogno e’ invece uno stato piu’ snello, uno stato “meno stato”, sostengono gli economisti. “L’ultima volta che ciò accadde in Italia, nell’autunno del 1992, la crescita l’anno successivo segnò meno un per cento e i consumi meno 3, nonostante in quell’occasione, diversamente da oggi, l’effetto dell’aumento delle tasse fosse in parte temperato dalla svalutazione della lira. Una forte caduta del pil nel prossimo anno, e forse nei prossimi due, non è quindi da escludere. E questo dopo un decennio in cui l’Italia è cresciuta metà del resto d’Europa.

Ricette come lo snellimento di qualche procedura burocratica, la progettazione di qualche nuova infrastruttura, sono interventi “palesemente inadeguati”, sostengono i due economisti. “L’Italia ha bisogno di una scossa, non di pannicelli”.

“Smettiamola di illuderci che grandi progetti come l’Expo di Milano o qualche nuova autostrada siano la via per la crescita. Il rendimento di queste opere è ampiamente sopravvalutato. La scarsità di infrastrutture fisiche non è la priorità del Paese.

Ecco le dieci proposte che non costano nulla, anzi. Alcune consentirebbero allo Stato di risparmiare:

1) Sbloccare il mercato del lavoro con una progressiva introduzione di contratti unici che eliminino al tempo stesso sia l’eccessiva precarietà sia la perfetta inamovibilità dei dipendenti di alcuni settori.

2) Sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici.

3) Tornare alla formulazione originale dell’articolo 8 della manovra finanziaria di agosto, quella inizialmente scritta dal ministro Sacconi e poi modificata su richiesta dei sindacati e con l’accordo di Confindustria: maggiore libertà per imprenditori e lavoratori di fare, se d’accordo, scelte a livello aziendale.

4) Permettere ai salari del settore pubblico di essere diversi da una regione all’altra a seconda del costo della vita. Al Sud il costo della vita è in media il 30 per cento inferiore rispetto a quello del Nord, ma i salari monetari dei dipendenti pubblici sono uguali.

5) Favorire l’occupazione femminile con agevolazioni fiscali quali le aliquote rosa per le donne che lavorano. L’occupazione femminile in Italia è la più bassa d’Europa.

6) Riformare con equità le pensioni di anzianità (oltre all’aumento dell’età pensionabile annunciato da Berlusconi) e prevedere, con la dovuta gradualità, che si possa lasciare il lavoro solo quando si raggiungono i requisiti per una pensione di vecchiaia o i massimi contributivi. Lo scorso anno l’Inps ha liquidato 200 mila nuove pensioni di vecchiaia e un numero simile (175 mila) di nuove pensioni di anzianità. Ma l’importo medio di un’anzianità è di 1.677 euro, contro 602 euro di una pensione di vecchiaia.

7) Riforma della giustizia civile che accorci i suoi tempi, oggi glaciali, uno dei maggiori ostacoli, soprattutto per i giovani imprenditori.

8) Eliminare alcuni dei privilegi garantiti agli ordini professionali.. Liberalizzare i mercati, partendo da ferrovie, poste ed energia.

9) Allargare la base imponibile riducendo l’evasione per poter abbassare le aliquote: niente condoni, perché i condoni sono un invito a evadere il fisco.

10) Dimezzare i costi della politica, nel vero senso della parola, cioè una riduzione del cinquanta per cento.