Lega: per non spaccare il governo, alza la posta. E chiede scusa alla base

17 Maggio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Una telefonata brevissima, peraltro non confermata. Per il faccia a faccia bisognerà invece attendere ancora. Umberto Bossi, spiegano da via Bellerio, per ora vuole tenere alta la tensione con l’alleato Silvio Berlusconi, con l’obiettivo di alzare ulteriormente il prezzo della ricomposizione.

L’elenco delle richieste leghiste si allunga ancora, all’indomani della sconfitta milanese e con il ballottaggio decisivo alle porte. “Solo con un marcato riposizionamento a nostro favore della coalizione e dell’azione di governo – è il ragionamento ai vertici della Lega – possiamo recuperare quei voti che oggi abbiamo perso per sostenere le politiche di Berlusconi e placare la base”. In attesa dell’esito del ballottaggio milanese, la parola d’ordine è dunque “tenere in piedi la baracca”.

Ma in cambio della sopravvivenza del governo Berlusconi, la lista dei desiderata padani è lunga e pesante. Primo obiettivo, spiega un dirigente leghista, “un provvedimento immediato che avvii l’opera di decentramento del governo”. Per usare le parole più che esplicite di un parlamentare, “se vogliono che facciamo sul serio campagna elettorale a Milano e che riusciamo a rimotivare i nostri, servono i ministeri al Nord”.

Il secondo punto riguarda lo spazio della Lega nel futuro allargamento del governo e nel rimpiazzare i posti vacanti: il target leghista è il ministero per le Politiche Comunitarie, che il premier in realtà tiene libero per ‘restituirlo’ ad Andrea Ronchi quando l’ex portavoce di Fini si deciderà a rientrare nei ranghi. “Quanti voti può portare a Milano Ronchi?”, si chiede un leghista. Ecco, molti di meno di quanti potrebbe recuperarne una Lega impegnata ventre a terra per il ballottagio. Dunque, è la richiesta del Carroccio, meglio affidare a noi quel ministero.

Con un candidato già pronto: Giacomo Stucchi, già presidente della commissione parlamentare per le politiche comunitarie. E poi un’accelerazione immediata sulle riforme: riduzione de parlamentari, Camera delle Autonomie, magari anche un’ulteriore dose di devolution con altre competenze trasferite alle Regioni. Ma in realtà, dietro la linea ‘ufficiosa’ fatta trapelare da via Bellerio, si consuma ancora lo scontro silenzioso tra le diverse anime del Carroccio. Non è un caso che oggi Calderoli si sia incaricato di respingere le ‘sirene’ del Pd e di assicurare l’impegno leghista ai ballottaggi.

Ma nell’ala ‘maronita’ del partito, la più severa con il Cavaliere e con lo ‘schiacciamento’ su Tremonti, la più esposta nel dialogo con il Pd, cresce la preoccupazione per il dazio che anche il Carroccio paga per l’alleanza con Berlusconi. Certo, c’è la consapevolezza che “il miliardario ci ha fatto fare il federalismo, e non è poco”, spiega un deputato vicino al ministro dell’Interno.

Ma una sconfitta netta anche al ballottaggio di Milano potrebbe portare a riconsiderare tutto: “Potrebbe prevalere ancora la linea di chi ritiene che la Lega ha solo da guadagnare da un Berlusconi più debole e ostaggio del Carroccio”, spiega un parlamentare. Oppure, ragiona la stessa fonte, “di fronte all’inizio del crollo berlusconiano Bossi potrebbe decidere di mettere in salvo il suo partito”. A sciogliere il dubbio, come al solito, sarà il ‘Capo’, che per ora resta in silenzio.

“Dobbiamo chiedere scusa ai nostri elettori per gli errori della campagna elettorale”, ha detto ieri sera a Porta a Porta Matteo Salvini, europarlamentare del Carroccio. “Abbiamo sbagliato e dobbiamo ammetterlo”. “Abbiamo sbagliato nei toni e nei metodi”, dice Salvini. “Dell’auto di Pisapia negli anni ’70, chissenefrega. Abbiano perso 400.000 voti, per tutti questi motivi”.