LE SFIDE DI BUSH TRA DEFICIT
E PETROLIO

5 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – All´inizio del primo mandato, Bush si trovò a fronteggiare la caduta degli investimenti (-13% in 2 anni), l´11 settembre, il crollo della Borsa, la crisi finanziaria, gli scandali societari. Gli Stati Uniti hanno assorbito questi shock con straordinaria rapidità ed efficacia. E il compito di Bush appare oggi molto più agevole.

Le imprese hanno risanato le finanze e recuperato redditività. La loro posizione finanziaria non è mai stata tanto solida (positiva per 600 miliardi di dollari). Hanno ricominciato ad investire massicciamente (da un anno gli investimenti crescono al 10%), e la liquidità generata internamente è più che sufficiente a finanziarli.

Il tasso di insolvenza delle imprese a rischio (junk bond) è al minimo storico: 1,6%, contro l´11% del 2002. La capacità di gestire i rischi ha permesso alle banche americane di ottenere, anche nell´anno peggiore della recessione, un rendimento sul capitale del 12%. Il risanamento è stato facilitato dal taglio aggressivo dei tassi da parte della Federal Reserve; che ora può rialzarli gradualmente, senza traumi.

Efficienza e investimenti hanno permesso alle imprese americane di mantenere un´alta crescita della produttività del lavoro: +3,1% negli ultimi 12 mesi, dopo due anni di aumenti medi del 4,4%. Questo fa sì che la ripresa crei poca nuova occupazione, ma il problema è solo temporaneo. L´elevata produttività tiene basso il costo del lavoro, e fa aumentare i profitti senza aumentare i prezzi: non c´è inflazione, né arrivano segnali preoccupanti dal mercato dei titoli di stato, che incorpora le aspettative degli operatori.

L´elevata produttività ha beneficiato anche i lavoratori: da inizio 2001, i salari sono cresciuti più dell´inflazione (+1,9% rispetto a +1,1% medio negli anni novanta). Il reddito disponibile delle famiglie, sostenuto dai tagli alle imposte e dai bassi tassi di interesse, ha permesso di mantenere la crescita dei consumi (+3,8% nell´anno a fine settembre) e migliorare la loro posizione finanziaria: la ricchezza netta, dal minimo del 2002, è aumentata costantemente fino a superare, da inizio anno, il picco del 1999. Se le imprese, come probabile, continueranno a investire la liquidità che producono, riprenderà anche la crescita dell´occupazione, dando un´accelerata ai consumi.

Le sfide per Bush vengono dai due deficit (governo federale e conti con l´estero) e dal prezzo del petrolio.

Si prevede che il disavanzo pubblico raggiunga un massimo del 3,6% del Pil quest´anno, per poi mantenersi al di sotto del 3% fino al 2011. Il problema, quindi, non è scongiurare una crisi di fiducia nel debito, ma garantire la sua sostenibilità nel lungo periodo, visto la crescita inesorabile di spesa medica e previdenziale (la generazione del baby boom è prossima alla pensione). La via da percorrere è la riduzione dei benefici e il controllo dei costi. Non dovendo più correre per la rielezione, con Camera e Senato controllati dai Repubblicani, Bush ha una seria possibilità di riequilibrare stabilmente i conti pubblici (come fece Reagan nel secondo mandato).

Più preoccupante è il disavanzo con l´estero (quasi 6% del Pil). Per ora il deficit viene facilmente finanziato da un flusso costante di investimenti verso gli Stati Uniti. Molti di questi capitali sono riserve ufficiali di banche centrali in Asia, che comperano dollari (hanno assorbito 60% del debito pubblico americano dal 2001) per impedire un indebolimento della divisa statunitense, e sostenere la crescita tramite le esportazioni.

India e Cina, inoltre, hanno bisogno di attirare investimenti diretti che utilizzino la loro immensa mano d´opera nella produzione di manufatti concorrenziali nel mondo. Devono quindi mantenere un elevato stock di riserve ufficiali come garanzia nei confronti dei capitali che entrano. Un equilibrio che non può reggere all´infinito. Probabile una forte svalutazione del dollaro. Ma che potrà avvenire senza traumi se Asia ed Europa riusciranno a puntare sulla domanda interna per accelerare la crescita, e la Cina adotterà una politica del cambio più realistica.

Il problema più ostico è il prezzo del petrolio. Il livello attuale dipende da tanti eventi straordinari. I prezzi a termine indicano che quello odierno è solo un picco. Un aiuto arriverà dal raffreddamento dell´economia cinese (un terzo del consumo mondiale). Ma il vero problema è la riduzione della dipendenza americana dal petrolio. L´ideale sarebbe un aumento delle imposte sulla benzina: ma dubito che, in nome dell´efficienza, Bush voglia violare un tabù americano.

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