LE MINACCE DI AL QAEDA E LA PAURA AMERICANA

19 Ottobre 2003, di Redazione Wall Street Italia

NELLA guerra insieme reale e psicologica che dall’11 settembre 2001 combattiamo anche senza volerla, questo nuovo “messaggio ai fedeli” del miliardario saudita travestito da profeta, che specificamente include anche noi italiani nella lista degli obbiettivi da punire, è molto più della solita predica satanica che ogni due mesi riceviamo attraverso Al Jazeera. Il timing, il tono, la scelta di parole e le minacce di una Jihad a 360 gradi che la nuova cassetta contiene, diffusa mentre “papà è lontano”, in viaggio nelle Filippine, sono la conferma dell’escalation della guerra, ma anche la prima ammissione che il centro di gravità, dove l’esito del conflitto sarà deciso, è l’Iraq.

Le promesse di un nuovo 11 settembre con attacchi di assassini suicidi sono quelle che colpiscono la fantasia e rimescolano paure che si vorrebbero, soprattutto negli Stati Uniti in queste ore senza il presidente-padre in terre lontane, assopire sotto la dolce routine quotidiana delle grandi feste autunnali, Halloween e soprattutto il Ringraziamento. Ma Osama Bin Laden, o chi parla attraverso la sua figura e voce simboliche, non aveva mai accettato in maniera così esplicita la tesi fondamentale del neomanicheismo americano: che il mondo sia effettivamente diviso tra “Good and Evil”, tra il Bene e il Male, e che il terreno risolutivo per questa Armageddon tra Bibbia e Corano sia la terra di Abramo, la Mesopotamia. Nella cultura stordente dell’integralismo religioso, quella che Europa e America sembravano avere finalmente bruciato nelle secolari tragedie delle proprie “Jihad” tra sette e confessioni e che il terrorismo islamico ha invece rianimato soprattutto negli Usa, l’avvertimento spirituale del “chi non è con me è contro di me” diviene un grido di guerra senza quartiere.

La nettezza con la quale la voce di Bin Laden pretende di collocarsi in questa audiocassetta come “controparte” diretta e globale di George W. Bush, la chiarezza con la quale disegna un universo opposto ma speculare di “giusti” e “ingiusti”, spiega perché ieri, dopo mesi di spallucce e di indifferenza, in un autunno che sembrava tornato alle tenere passioni del baseball e alla speranza di una ripresa economica in tempo per il grande tacchino di novembre, l’America abbia rabbrividito e preso sul serio questo messaggio. Personaggi vicini alla Cia hanno rivelato che ormai da vari giorni Washington si aspettava questo segnale ed erano affiorate indicazioni che nuovi attacchi sono prossimi, come ha detto il colonnello Rick Francona, analista del terrorismo alla Cia. Il tono della voce nell’audio, conferma Walid Fahrsi, uno dei più seri studiosi di quel mondo nell’accademia americana, dice che chi parla, cioè Osama, sente, e avverte, che siamo al confronto decisivo; e la chiamata alle armi in Iraq dei giovani musulmani combattenti, degli “emigrati”, come dice, è una mobilitazione che ha i toni del dramma e che sarà ascoltata.

C’è dunque il senso di una forte accelerazione nel conflitto, che si estende a tutto il fronte nemico, Usa, Gran Bretagna, Italia, Spagna, l’odiata Turchia e presumibilmente a tutte le nazioni che hanno sottoscritto la nuova risoluzione delll’Onu, ma individua nell’Iraq sempre più insanguinato dai caduti e dai feriti americani, il fronte cruciale. Se l’ottimismo non fosse un sentimento empio in questa vicenda, si potrebbe addirittura sostenere che è una notizia positiva il fatto che il miliardario fanatico e inafferrabile (come Saddam) riconosca nell’Iraq il terreno di scontro decisivo, che chiami la gioventù militante fanatica a calare da tutto il mondo su Bagdad e che dunque la teoria americana della “carta moschicida”, per attirare in Mesopotamia gli insetti e bruciarli, funzioni. Con tutta la sua torva minacciosità, quest’ultimo messaggio di 20 minuti non è infatti il proclama di qualcuno che sta vincendo, ma di qualcuno che sente, per la prima volta, di poter perdere, ammettendo implicitamente che, se l’Iraq diventasse quello che speriamo divenga, la guerra potrebbe essere perduta.

L’Iraq di Saddan Hussein, che non era affatto il perno del terrorismo islamico come Washington aveva cercato di farci credere nella fase di tambureggiamento prebellico, lo è diventato sicuramente ora, senza Saddam Hussein, per ammissione diretta di Osama Bin Laden. Non sappiamo esattamente quando questo proclama sia stato registrato e se la data di diffusione, ieri, sia stata scelta maliziosamente per coincidere con alcuni eventi importanti nella guerra: la accettazione unanime della legittimità dell’occupazione, fatta dall’Onu; la prima aggressione diretta a cittadini americani in Palestina che nessuno riesce ad attribuire ad Arafat e la proclamazione di un governo autonomo e islamico fatto dall’ayatollah sciita Muqtad Sadr a Bagdad, in contrapposizione al Consiglio di Governo insediato dagli occupanti.

Ma se rimane profondamente legittimo, e necessario, discutere e contestare la dottrina americana della “guerra preventiva”, ogni considerazione – come accade inevitabilmente in tutte le guerre contro nemici dell’umanità, siano essi i nazisti o gli “shahid” della empia guerra di religione – deve essere accantonata al dopo, come già seppero fare le componenti delle Resistenze europee antifasciste. Per ora, la strada obbligata è quella involontariamente indicata proprio da Osama Bin Laden: vincere lo scontro in Iraq e dimostrare così che l’Occidente è sbarcato in Mesopotamia non per succhiarne il petrolio, ma per sconfiggere insieme il totalitarismo ideologico e l’integralismo religioso che ora lo vorrebbe rimpiazzare. Sempre che la guerra si possa davvero vincere e che questa fosse davvero l’intenzione.

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