Le famiglie italiane sono ostaggio dei grandi poteri finanziari

2 Dicembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – La famiglia scricchiola,la società italiana è “fragile, isolata ed eterodiretta”, ostaggio dei poteri finanziari. È l’analisi preoccupante del Censis nel rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, secondo cui “nel picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una ‘good reputation’ internazionale.

Ma ora siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico”.

“Siamo isolati – spiega il centro studi – perchè restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda”.

“I nostri antichi punti di forza – sottolinea il Censis – (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono piu a funzionare. Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco termini come default, rating, spread) e alla fine ci associamo, ma da prigionieri, alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini”.

La crisi economica in Italia ha colpito in particolar modo i giovani, secondo l’indagine contenuta nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2011. “La crisi si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati”.

In tempi di crisi, gli italiani riscoprono il valore della responsabilità collettiva: il 57,3% é disponibile a fare sacrifici per l’interesse generale del Paese. Anche se il 46% di questi lo farebbe solo in casi eccezionali. Il 53,1% degli italiani è connesso a Internet (+6,1% rispetto al 2009), l’87,4% dei giovani.

“Mentre l’occupazione ufficiale stenta a dare segnali di ripresa, quella sommersa sembra al contrario dare prova di tenuta e trarre semmai un nuovo stimolo di crescita dal difficile momento”. Lo evidenzia il Censis. A partire dal 2008, a fronte di un calo generalizzato dell’occupazione regolare (-4,1%), quella informale aumenta dello 0,6%, portando il livello di irregolarità del lavoro nel 2010 alla soglia del 12,3% e lasciandosi alle spalle i positivi risultati di un decennio.

“I cittadini e le imprese si trovano a fare i conti con un sistema dei servizi che mostra evidenti segnali di criticità”: lo sottolinea il Censis nel 45/o Rapporto sulla situazione del Paese spiegando che “la politica di riduzione della spesa pubblica che ha contrassegnato gli ultimi 3 anni, e che segnerà anche il biennio 2012-13, realizzata in molti casi attraverso tagli lineari, sta lasciando il segno”. In particolare il trasporto pubblico locale, già “inadeguato” è stato “drasticamente ridimensionato”.

DA 80% FAMIGLIE ITALIANE NO A PREVIDENZA INTEGRATIVA – Circa l’80% delle famiglie italiane non manifesta alcuna volontà di aderire a schemi previdenziali integrativi in futuro e addirittura in 1 caso su 10 ignora completamente il tema: lo rende noto il Rapporto Censis 2011, secondo il quale tra i capifamiglia occupati la remora principale avanzata, in special modo tra i più giovani, “é il costo in relazione allo stipendio disponibile”, mentre la necessità di integrare la propria contribuzione previdenziale viene più spesso rifiutata e considerata “iniqua” dai capofamiglia di età più avanzata. Ma la scarsa propensione a prendere in esame l’ipotesi di aderire a polizze previdenziali integrative, viene sottolineato, é propria anche di capofamiglia under 40 (il 40% contro una media del 20,4%).

Alle difficoltà di tipo economico contribuiscono anche “grandi zone d’ombra e profonde lacune informative, che si aggiungono – sottolinea il Censis – alle difficoltà strutturali che la previdenza integrativa incontra nel suo diffondersi”, proprio in virtù del fatto che i lavoratori più giovani, principali destinatari di questi strumenti, “si trovano in buona parte a dover fronteggiare i rischi connessi all’instabilità lavorativa nel presente”. I capifamiglia fino a 40 anni giudicano “prematuro perché troppo giovane” l’adesione alla previdenza integrativa (per il 40%), o anche “troppo costoso per il mio stipendio” (per il 37,6%). Oltre la soglia dei 40 anni viene giudicato da un 36% “ingiusto pagarla se già pago i contributi” e “troppo costoso” da un altro 28,5%.(

IL 98,4% IMMIGRATI FARA’ STUDIARE I PROPRI FIGLI – Una buona parte degli stranieri immigrati nel nostro Paese dimostra ottimismo e fiducia verso il futuro, convinta di essere entrata “in un circuito di crescita, non facile né senza ostacoli, ma progressivo”.

In quest’ottica, rivela il Rapporto del Censis, la formazione scolastica viene vista dagli immigrati come lo strumento più importante per garantire un percorso di crescita, tant’é che il 98,4% di questi farà studiare i propri figli, a fronte di un 20% che pensa che studieranno il minimo indispensabile (quota che per gli italiani si attesta al 29,5%). E’ forte quindi negli immigrati la certezza che il grado di conoscenza possa migliorare nel complesso la qualità della vita dei propri figli, rappresentando uno strumento di riscatto sociale.

Dato che viene confermato da un 75,8% che sogna un traguardo finale con il conseguimento della laurea (contro un 64,5% dei nostri connazionali). In ogni caso, rileva ancora lo studio, ben il 74,2% dei genitori immigrati (contro un 40,6% dei genitori italiani) è convinto che i figli riusciranno a trovare la propria strada e conquistare condizioni di vita migliori rispetto a quelle da loro vissute, soprattutto nell’ambito del lavoro dipendente (71,7%), in quello autonomo (53,2%), nello sport (75%) e, parzialmente, nella politica (45,7%).

COMUNI SULL’ORLO DEL DEFAULT SOCIALE – Le risorse che i Comuni destinano al sociale nell’ultimo triennio hanno subito tagli pesantissimi: basti pensare che il Fondo nazionale per le politiche sociali è passato dal 2008 al 2011 da 929,3 milioni di euro a meno di 220 milioni, il Fondo per la non autosufficienza nel 2011 non è stato finanziato, e sforbiciate profonde sono state date anche agli altri fondi sociali nazionali. A rivelarlo è il Censis nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2011 presentato oggi. Oltre il 40% delle risorse per il sociale dei Comuni è impiegato per famiglie e minori, il 21,2% per gli anziani, una quota simile per i disabili e il 7% circa per la lotta alla povertà.

A subire l’impatto negativo dei tagli saranno in primo luogo loro, ma anche gli occupati nel sociale. Nell’immediato futuro il rischio di default sociale nei Comuni – secondo il rapporto del Censis – è nelle cose, perché avranno molte meno risorse a fronte di un ipotizzabile brusco incremento di domanda sociale indotto, tenuto conto che sono stimate in circa 1,8 milioni le famiglie che escono dal rischio povertà grazie ai trasferimenti sociali, molti dei quali sotto tiro. Inoltre tra il 2016 e il 2010 sono aumentate del 14,6% le famiglie in condizione di deprivazione, che ora sono 4 milioni, é aumentato di oltre 1 milione (sono 4,1 milioni in totale) il numero di famiglie che hanno intaccato il patrimonio o contratto debiti.

Le coppie con figli in povertà assoluta sono aumentate del 37%, le monogenitoriali in povertà assoluta sono aumentate del 72,3%, le famiglie numerose in povertà assoluta sono aumentate del 41,6%. E le famiglie senza alcun componente occupato sono diventate almeno 2,5 milioni e in cui vive poco meno del 6% dei minori.