LE DUE ITALIE
CHE NON SI PIACCIONO

11 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Vilipesa, messa in un angolo, guardata con sufficienza, boicottata, costretta – quasi – a nascondersi. È l’Italia – l’altra Italia, considerata dall’opposizione talmente impopolare da inibirne il pubblico riconoscimento – ad emergere ieri dalle urne e da sconvolgere ogni pronostico, rendendo difficile, se non impossibile, non solo il trionfo ma la forse risicata vittoria del centrosinistra di Romano Prodi.

È l’Italia che non ha, per quanto ripetutamente tirata per la giacca, accettato di uniformarsi al velato diktat del gran rifiuto del governo di centrodestra. Un ruolo difficile, perché la tentata «de-berlusconizzazione» del Paese poteva contare non solo su una serrata campagna di demonizzazione, ma su argomentazioni che sul piano razionale e pacato avrebbero potuto anche allettare i delusi, gli incerti, gli avventurosi: il venir meno del fattore novità del messaggio berlusconiano, un certo disincanto per la sua figura e la sua politica, il pur sempre irrisolto nodo cruciale del conflitto di interessi, la protesta per una situazione economica da più parti attribuita all’amministrazione di centrodestra.

Invece, se le proiezioni (non gli exit-poll, che hanno subito ieri clamorosamente la loro Caporetto) verranno confermate dai risultati ufficiali e completi, gli elettori di centrodestra non solo hanno fatto in modo che, raggiungendo una consistenza o una maggioranza nelle regioni-chiave, sono arrivati a dare uno scomodo filo da torcere alla coalizione di centrosinistra che già pregustava uno scontato trionfo; ma in più Forza Italia, ovvero il partito più strettamente berlusconiano, potrebbe costituire ancora la forza più rappresentativa in un prossimo Parlamento.

Ci si potrebbe soffermare sui motivi che hanno indotto questa seconda Italia a fare avvertire la propria voce: l’insofferenza per il già menzionato tentativo di intimidazione da parte del centrosinistra; la paura che un governo Prodi (e soprattutto le sue frange più radicali) trasformassero il diritto alla proprietà e al lavoro in una specie di esproprio attraverso misure fiscali e contenitive; il timore del venir meno di una società libera e dell’instaurarsi di uno Stato illiberale tale da arrogarsi il diritto di pianificare, programmare , scegliere al posto di chi è legittimato a decidere, cioé i cittadini, le famiglie, le imprese; l’insufficiente fiducia che il centrosinistra potesse tutelare i valori cari alla destra religiosa (la famiglia,la vita, anche la sicurezza); il rincrescimento che non venisse avvertita anche politicamente la presenza di un’Italia che produce, un’Italia del grande ceto medio, della libera iniziativa, delle piccole e medie imprese, di chi sceglie di rischiare e di pagare in prima persona.

A tale situazione molto ha contribuito l’alto tasso di affluenza alle urne (ben l’83 per cento) che ha rappresentato un avvicinamento e non un allontanamento degli elettori alla politica, pur tra mille dubbi e imperfezioni.

Se tuttavia da una parte si è trattato di una manifestazione spontanea e inaspettata, il graduale risultato del voto ha anche dimostrato l’assenza di un segnale veramente univoco, attraverso due Italie che si confrontano, non si capiscono e non si sopportano. E proprio l’inconciliabilità di principio di queste due parti induce a giudicare impossibile, a meno di miracoli, la creazione di una «grande coalizione», ovvero di un governo di unità nazionale, come ha dimostrato di saper fare all’occorrenza un Paese come la Germania.

L’esito elettorale non fa inoltre che aumentare le contraddizioni di un eventuale governo Prodi, cosciente di nascere con una tale eterogeneità al suo interno (laici-cattolici,liberali-liberisti, redicali-comunisti) da rendere la governabilità del Paese un’impresa ciclopica.

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