LE BORSE CREDONO NELLA RIPRESA

29 Luglio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Tutto sembra indicare che sta volgendo al termine questo difficile periodo economico e che si stanno creando le premesse per un’accelerazione della crescita dell’economia americana che dovrebbe nell’arco di qualche mese trascinare al di fuori delle secche della crisi anche l’economia europea.

I dati economici, diffusi recentemente negli Stati Uniti, confermano questo scenario sul quale «scommettono» soprattutto i mercati finanziari. Infatti, negli ultimi mesi le borse (sia quelle americane sia quelle europee) hanno letteralmente corso rispetto ai minimi registrati alla vigilia della guerra contro l’Iraq, accumulando rialzi medi del 30% o addirittura nel caso dell’indice tedesco DAX del 50%.

È quindi legittimo interpretare questi forti rialzi dei corsi azionari come un significativo e affidabile segnale precursore di una vigorosa ripresa dell’economia mondiale. Questa interpretazione ha assunto maggiore forza nelle ultime settimane quando l’andamento dei mercati dei capitali si è «allineato» con quello delle borse. Infatti, fino allo scorso 13 giugno il continuo rialzo dei corsi delle obbligazioni implicitamente segnalava che il mercato dei capitali non vedeva alcuna ripresa all’orizzonte e, anzi, temeva uno scenario deflazionistico a tal punto da spingere i rendimenti (i tassi a lungo termine) ai minimi storici.

Questo scenario era chiaramente opposto a quello che indicavano i mercati azionari. Questa contraddizione è stata «risolta» nelle ultime settimane grazie alla correzione delle obbligazioni che ha sospinto al rialzo i tassi a lungo termine. Con una battuta si potrebbe dire che i mercati dei capitali hanno «capitolato» e stanno cominciando a far proprio lo scenario di una forte ripresa dell’economia americana e poi di quella mondiale. Tutto ciò ha dato ancor più argomenti e più fiducia a coloro che sostengono che il peggio è oramai alle nostre spalle.

È legittimo dunque domandarsi se è tutto oro quello che luccica. La lettura dei dati economici e dell’andamento dei mercati finanziari non può trascurare due dati di fatto fondamentali. In primo luogo, l’economia americana e quella europea non stanno vivendo una recessione tradizionale, simile a quelle che si sono succedute in questo dopoguerra, ma stanno subendo le ripercussioni economiche dello scoppio della più grande bolla speculativa della storia. E infatti la recessione è stata determinata, sia negli Stati Uniti sia in Europa, da una forte caduta degli investimenti delle aziende.

Il fenomeno della contrazione degli investimenti, che non sembra essersi esaurito, è una risposta all’eccesso di indebitamento di molte società e all’eccesso di capacità produttive che continua ad affliggere molti settori economici. In proposito, è significativo che l’ottimismo di Wall Street non è condiviso da molti manager americani che non solo stanno vendendo le azioni delle loro società, ritenendole evidentemente sopravvalutate, ma che sono molto cauti o pessimisti nelle loro previsioni, come del resto conferma il dato di fatto che pochi hanno deciso di aumentare gli investimenti delle loro aziende. Quindi, le aziende sembrano impegnate a ridurre i loro debiti e a tagliare i costi per adeguarli a fatturati stagnanti o in flessione. Questo processo porta a un rialzo degli utili, ma non dovrebbe confortare troppo i sostenitori dello scenario di una ripresa vigorosa.

Il secondo dato di fatto fondamentale è che negli Stati Uniti le autorità politiche e monetarie hanno reagito tempestivamente (diversamente da quelle giapponesi) alla minaccia di recessione e di deflazione realizzando il più grande pacchetto di rilancio della storia. Infatti, l’amministrazione Bush ha tagliato le tasse e aumentato la spesa pubblica con il risultato che nell’arco di tre anni i conti dello Stato federale americano sono passati da un avanzo del 2% rispetto al Pil a un disavanzo superiore al 4% del Pil (ossia a un deficit superiore ai 450 miliardi di dollari).

D’altro canto, la Federal Reserve ha abbassato dall’inizio del 2001 i tassi di interesse dal 6,5% all’attuale 1% e continua ad inondare il sistema economico di liquidità, come dimostrano i dati sulla crescita della massa monetaria, e infine ha pilotato al ribasso il dollaro per far lievitare i prezzi dei prodotti importati e, quindi, per allentare la pressione al ribasso sui prezzi e per prevenire il rischio di deflazione.

L’insieme di queste misure ha sicuramente scongiurato una grave recessione negli Stati Uniti, ma non ha (né poteva) alleviato i gravi squilibri di cui soffre l’economia statunitense. Anzi, secondo alcuni, li ha peggiorati. Infatti, ha rallentato notevolmente il processo di eliminazione delle sovracapacità produttive, ha dato un po’ di fiato alle imprese gravate da troppi debiti e ha favorito tramite tassi di interesse a livelli storicamente minimi la formazione di una nuova bolla speculativa nel mercato immobiliare e l’aumento dell’indebitamento delle famiglie, salito dal 102% di due anni fa al 111% del loro reddito disponibile.

Esiste, quindi, il rischio che, come è stato scritto, «gli Stati Uniti con i loro squilibri economici hanno raggiunto uno stadio in cui sono necessari permanenti e massicci stimoli monetari e fiscali per ottenere solo una reazione modesta dell’economia e per evitare lo scoppio delle varie bolle speculative tuttora esistenti». Questo timore è fondato e non viene eliminato dall’attuale ottimismo dei mercati finanziari.

Infatti, la recente correzione delle obbligazioni e, quindi, il rialzo dei tassi a lungo termine sembra essenzialmente dovuta all’allontanarsi della prospettiva, evocata dalla stessa Federal Reserve, di massicci acquisti di obbligazioni da parte della banca centrale americana per combattere la deflazione. Il conseguente rialzo dei tassi è stato comunque modesto a tal punto da non permettere (almeno finora) di sostenere che i mercati dei capitali vedono una vigorosa ripresa alle porte. D’altro canto, la corsa delle borse appare in realtà un rimbalzo dopo tre anni di discesa dei mercati alimentato dalla liquidità messa in circolazione dalla Fed. La crescita degli utili delle società americane non sembra giustificare il rally. Essa è in gran parte frutto del taglio dei costi, del calo del dollaro (che aumenta gli utili realizzati all’estero) e della diminuzione del costo del servizio dei debiti.

Inoltre, oggi l’indice Standars & Poor’s 500 è caro in base a criteri come il rapporto tra prezzi delle azioni e utili. Ciò non vuole assolutamente dire che la borsa è alla vigilia di una correzione, ma che questo rialzo non è sostenibile se non vi sarà una vigorosa ripresa economica. E ciò vale anche per le borse europee, poiché come ha detto il numero uno della Bundesbank, Ernst Welteke, «un rialzo del 50% dell’indice DAX nell’arco di un anno è illogico. Per quali motivi le società tedesche che compongono il DAX dovrebbero aver aumentato il loro valore in questo modo in un così breve lasso di tempo operando perdipiù in un’economia che sta stagnando?».

È ovvio che non c’è alcuna giustificazione, se non comincerà a manifestarsi l’anno prossimo una forte ripresa anche in Europa. Quindi, è meglio prendere con cautela i segnali che provengono dai mercati finanziari, il cui andamento è sicuramente «distorto» dalle manovre delle banche centrali. Ed è forse bene ricordare che il crollo delle borse, gli squilibri economici tuttora esistenti e i successivi interventi di autorità politiche e monetarie hanno creato una situazione completamente nuova che rende probabile un andamento irregolare delle economie. In altri termini, non vi è alcuna certezza che l’attuale accelerazione della crescita americana sfoci in una forte e duratura fase di crescita.

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