LE 27 CENERENTOLE DI PIAZZA AFFARI

18 Aprile 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Una trentina di società – 27 per la precisione – che tutte insieme valgono 890 milioni di euro, un po´ meno della Marazzi da sola per intendersi, ma rappresentano grosso modo il 10% del listino come numero di società quotate e, singolarmente, non superano i 50 milioni di euro di capitalizzazione. Società in formato mignon, insomma, che periodicamente strappano il loro momento di gloria, magari perché le quotazioni schizzano misteriosamente verso l´alto regalando performance da capogiro poi smentite dai fatti (salvo lasciare qualcuno con il cerino acceso in mano, a bruciarsi le dita).

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La costante di questi titoli ultra-sottili è di essere società con poco senso dal punto di vista borsistico – troppo piccole, impossibili per essere seguite dagli analisti e altrettanto improponibili nei portafogli degli operatori professionali, perché le dimensioni non consentono di prendere posizione. Inoltre, nella maggior parte dei casi vanno male: non a caso, solo sei su 27 mini-quotate fanno utili. Qualche volta, il loro asset principale consiste proprio nella presenza al listino, elemento che le rende preziose per chi voglia arrivare alla quotazione saltando i costi – e i tempi – di un collocamento in prima persona: in questi casi, basta acquisire una piccola società già quotata. Ovviamente, ogni regola ha le sue eccezioni, e forse la maggiore in questo senso è rappresentata dalla Centrale del latte di Torino. Con i suoi due milioni di utile netto consolidato – in crescita dell´11% rispetto all´anno precedente – la società è sana e in buona salute; è solo molto piccola, una sorta di Venere tascabile del listino.

Altro esempio per certi versi analogo, Lavorwash: 93 milioni di euro di fatturato, uno di utile netto (meno 40% rispetto all´anno prima). In questo micro-elenco di società, molte provengono dall´allora Nuovo Mercato: da Data Service, a Exprivia (l´ex Aisoftware) alla Fidia, alla It Way alla Kaitech (anche in questo caso una matricola che ha cambiato nome – prima era Cardnet – e che tuttora è in perdita nonostante i nuovi soci). Sempre tra le ex matricole tecnologiche, con dimensioni minime, troviamo Olidata, la Poligrafica San Faustino (considerata all´epoca della quotazione una dot com perché vendeva parte dei suoi tradizionalissimi prodotti anche sul web) e la Tas: speranze di un futuro hi-tech che finora ha dato più dispiaceri che soddisfazioni.

Tuttavia le dimensioni ridotte non mettono al riparo dalle delusioni, anzi lo scarso numero di titoli a volte rende queste società ancora più instabili e qualche volta più esposte alla ridda di voci e di indiscrezioni. Ci sono poi le società che da tempo hanno problemi, che insomma sono piccole in termini di capitalizzazione perché hanno difficoltà anche a livello industriale. E´ il caso, ad esempio, di Vemer Siber, della Snia, della Csp (che come molte società del tessile, sta scontando una dura guerra dei prezzi) o ancora di Roncadin, sfortunato gruppo alimentare passato per la crisi post-acquisizione in Germania all´ultimo incidente in ordine di tempo, il timore per l´influenza aviaria.

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