Altro che rialzi: “Fed potrebbe essere costretta a taglio tassi fino a -2%”

2 Settembre 2016, di Laura Naka Antonelli

Nel noto simposio dei banchieri centrali che si tiene ogni anno a Jackson Hole, nello stato americano dello Wyoming, il numero uno della Fed, Janet Yellen, non si è esposta troppo, limitandosi a dire che i presupposti per un rialzo dei tassi di interesse si sono recentemente rafforzati. Una cautela dovuta, se si considerano le sfide a cui fa fronte l’economia Usa, che sono state confermate già nei giorni scorsi dai vari indicatori arrivati dal fronte macro.

La vera prova del nove è arrivata poi oggi, con la pubblicazione del report occupazionale , che si è confermato peggiore delle attese.

Il dipartimento del Lavoro Usa ha reso noto infatti che nel mese di agosto sono stati creati 151.000 nuovi posti di lavoro, con il tasso di disoccupazione rimasto fermo al 4,9%. Il numero dei nuovi posti di lavoro creati delude le attese degli analisti, che avevano previsto +180.000 nuovi posti di lavoro. Forte inoltre il calo rispetto al mese di luglio, quando erano stati creati 275.000 nuovi posti di lavoro (dato rivisto al rialzo dai 255.000 inizialmente resi noti).

Sul mercato dei bond, immediata la reazione dei rendimenti dei Treasuries Usa, con quelli decennali che sono scesi al minimo in 10 giorni, riflettendo lo smorzarsi delle speculazioni sull’adozione imminente di una manovra restrittiva da parte della Fed.

Immediata anche la reazione sul forex, dove l’euro è tornato a superare la soglia di $1,12 per effetto del dietrofront del dollaro nei confronti delle principali valute.

Praticamente azzerato il balzo delle scommesse su un rialzo dei tassi nel meeting della Fed di settembre, che si era verificato proprio dopo il discorso di Janet Yellen a Jackson Hole, come dimostra chiaramente questo grafico. La freccia rossa indica il netto smorzarsi delle speculazioni  a seguito della diffusione del report (NFP sta per Non-Farm Payrolls, ovvero per i nuovi posti di lavoro creati).

Ancora più esplicativa la seguente tabella, che conferma come siano diminuite le probabilità di un rialzo dei tassi a settembre rispetto al periodo precedente la pubblicazione del dato. E che mostra come siano scese anche le probabilità di un intervento di manovra restrittiva nei prossimi mesi.

Ci sono poi quelle due parole che sono entrate a far parte del vocabolario della Bce e Bank of Japan da un bel po’ di tempo, ma che rimangono ancora un tabù negli Stati Uniti. E che comunque meritano di essere attentamente monitorate. Si tratta di “tassi negativi”.

Appare probabilmente inconcepibile che si parli di tassi di interesse negativi negli Usa, in un momento in cui i mercati temono l’arrivo di strette monetarie. Eppure a rompere il tabù sono stati già diversi economisti. E nei giorni scorsi ne ha parlato anche un ex economista della Fed.

E’  Marvin Goodfriend, ex economista presso la Federeral Reserve Bank di Richmond negli anni compresi tra il 1993 e il 2005, che ha riferito in un’intervista alla Cnbc che gli Usa potrebbero essere costretti a dover tagliare i tassi fino a -2%, dunque a un livello ben inferiore anche a quello deciso da altre banche centrali.

Un tale scenario per Goodfriend si renderebbe necessario, nel caso in cui l’economia Usa tornasse in recessione nei prossimi due anni.

Così Goodfriend, che al momento è professore di economica presso la Carnegie Mellon University, facendo riferimento alle otto recessioni che hanno colpito gli Usa dal 1960.

“In otto di quelle recessioni, la Fed ha dovuto abbassare i tassi di breve termine di 2,5 punti percentuali rispetto ai tassi di lungo periodo. Oggi, i tassi decennali Usa sono all’1,5%”, il che significa che la Banca centrale Usa dovrebbe abbassare i tassi almeno fino a -1%. Tuttavia, “in cinque di quelle recessioni, la Fed ha dovuto ridurre i tassi sui fed funds di 3,5 punti percentuali al di sotto dei tassi sui bond decennali. Dunque, se uno scenario simile dovesse verificarsi ora, i tassi sui fed funds dovrebbero scendere a -2%”.

La Fed ha alzato i tassi a dicembre del 2015, per la prima volta dal 2006, in un range compreso tra lo 0,25% e lo 0,5%. La Bank of Japan ha fissato i tassi a -0,1% all’inizio di quest’anno, mentre la Bce ha ridotto i tassi sui depositi a -0,4%. La banca centrale di Svezia ha ridotto i tassi a -0,5%.