LAVORO: L’INDUSTRIA CONTINUA A PERDERE COLPI

1 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

ROMA, 1 mar – Più di undicimila posti persi in un anno, e salari che crescono meno dell’inflazione: per i dipendenti nelle grandi imprese italiane il 2004 non si può certo definire un anno brillante. A pagare le conseguenze maggiori della crisi sono gli addetti dell’industria, dove l’occupazione lo scorso anno si è contratta addirittura del 2,7%, a fronte dell’incremento dello 0,8% segnato dai servizi. In termini di stipendi, lo scorso anno si è chiuso con un aumento del 2,1% contro un tasso di inflazione del 2,2%.

Preoccupati i sindacati, che chiedono a gran voce una politica salariale in grado di consentire un recupero del potere d’acquisto, falcidiato negli ultimi anni, e una politica fiscale che possa invece ridurre il cuneo fiscale. Getta acqua sul fuoco il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, che accoglie come una buona notizia la crescita degli occupati nei servizi, mettendo in evidenza come l’obiettivo sia quello di creare occupazione proprio in questo comparto.

In base ai dati diffusi dall’Istat, nel 2004 l’occupazione nelle grandi imprese al lordo della cassa integrazione è calata dello 0,6% (mentre al netto la flessione è stata dello 0,8%), per un totale di 11.694 posti persi. Un risultato che deriva dal -2,7% registrato dall’industria e dal +0,8% dei servizi. Nel solo mese di dicembre i posti persi sono stati complessivamente 5.000 (-0,2% su dicembre 2003): si tratta della variazione negativa più bassa da gennaio 2001.

In particolare, nelle grandi imprese industriali la perdita è stata di 17.000 posti (-2,2% al lordo della cig e -2,7% al netto), mentre nei servizi ne sono stati creati 12.000 (+1% sia al lordo sia al netto della cig). Sul fronte delle retribuzioni, l’Istituto nazionale di statistica evidenzia un incremento del 2,1% sia per il solo mese di dicembre sia per l’intero 2004. Lo stesso incremento è stato registrato dal costo del lavoro, salito lo scorso anno del 2,1%, con una punta del +4% per l’industria.

La fotografia scattata dall’Istat sui salari 2004 per i dipendenti delle grandi imprese preoccupa i sindacati. Secondo il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, i dati dimostrano che in Italia “esiste una questione salariale”. Resta quindi alta – aggiunge – la preoccupazione per il potere d’acquisto delle retribuzioni, messo a dura prova dall’andamento dell’inflazione e dai ritardi nel rinnovo dei contratti. “Restiamo preoccupati”, aggiunge il leader della Cisl.

Il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, non “si sorprende del fatto che i salari stiano perdendo in termini di potere d’acquisto: è una realtà, non è solo una opinione dei sindacati – spiega Angeletti – Ci vuole una politica salariale che sia adeguata ad accrescere il potere d’acquisto e una politica fiscale che riduca le tasse sul lavoro dipendente, il cosidetto cuneo fiscale”.

Dello stesso tenore il commento dell’Ugl, convinto che sia necessario accelerare il processo che consenta il recupero del potere d’acquisto, partendo dal contratto dei metalmeccanici. Sacconi, invece, smorza i pessimismi. La flessione dell’ occupazione delle grandi imprese industriali “si è fortunatamente attestata ai livelli minimi dall’inizio del fenomeno, mentre continua a crescere l’occupazione nelle grandi imprese dei servizi”, afferma, sottolineando che l’Italia “peraltro continua ad avere il 28% degli occupati nell’ industria contro il 18% degli Stati Uniti”.

L’obiettivo principale, secondo Sacconi, rimane quindi quello della crescita di servizi, “a partire da quelli che si definiscono con la riorganizzazione industriale quando si liberano attività terziarie come la logistica, ancora spesso intrappolate in arcaiche forme organizzative che le confondono con la produzione diretta di beni”. (ANSA)