LA SOLITUDINE DEL PREMIER E LA SINISTRA ZAPATERA

16 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Uno alla volta, per motivi vari ma con effetti convergenti, Silvio Berlusconi sta perdendo i suoi migliori amici ed alleati. Si potrebbe cominciare seriamente a parlare della solitudine di Berlusconi. Umberto Bossi l’ha perso solo provvisoriamente; gli auguriamo di cuore di tornare presto a far tuonare il suo vocione per le cose in cui crede. Ma non va sottovalutata la gravità politica della sua assenza per il disegno politico del premier. Il leader della Lega è l’altra ruota dell’asse, è l’acceleratore quando gli altri frenano, è il contrappeso sulla bilancia, è quello che alza la voce quando il premier bisbiglia, e lo tira per la giacca quando lui tentenna. E’ l’incarnazione in canottiera dell’anima del leader, che resta padana e da partita Iva.

Ma l’amico Aznar il premier l’ha perso per sempre. E’ molto improbabile che nel tempo politico in cui Berlusconi resterà premier riuscirà a rivederlo tornare in sella. E Aznar non è solo un amico. E’ il traghettatore, lo sdoganatore, lo spallone che ha portato il Cavaliere in Europa, che l’ha fatto passare alla dogana del Partito popolare europeo, e che ha dato una dignità politica continentale a un movimento altrimenti molto personale e locale, fin dal nome – Forza Italia – senza parenti e quarti di nobiltà. Di più: Aznar è stato il mentore – in politica economica, in politica estera – e anche l’elastico che ha portato Berlusconi nell’orbita di Bush, un altro amico che il nostro premier deve ardentemente sperare di non perdere a novembre.

Quanto fosse importante Aznar per Berlusconi (e per Bush) lo si è capito dalla pedanteria con cui il governo italiano ha seguito la pista Eta, e il Foglio l’ha sostenuta anche mentre in Spagna arrestavano marocchini. Uno zelo inspiegabile per un governo di centrodestra impegnato tra i willing in Iraq, che avrebbe avuto tutto l’interesse a segnalare che siamo tutti a rischio, e che la guerra islamista non fa sconti. (Non a caso gli «amici» israeliani dicevano Jihad, e fin dalla prima ora). Ma la Moncloa così chiedeva, la De Palacio così scriveva, e l’ambasciatore così suggeriva. Ecco un caso tipico in cui un primo ministro può danneggiare se stesso per aiutare un amico.

Il danno che Berlusconi si è arrecato era evidente nell’intervista scritta ieri dal Foglio. Esprimendosi prima dei risultati spagnoli, e scommettendo sul successo di Aznar per costruire una linea in Italia, Berlusconi poneva condizioni al centrosinistra italiano, nella convinzione che la scoperta a Madrid di Al Qaeda potesse riaccendere un effetto Nassiriya, e provocare un rassemblement a guida governativa. Non sapeva Berlusconi – non poteva saperlo – che a giornale in edicola sarebbe stato il centrosinistra spagnolo vincente a porre condizioni ai willing, e dunque anche al governo italiano; non sapeva che la reazione del centrosinistra italiano sarà zapatera, non bipartisan, nella speranza di far il bis a Roma con un pacifismo soft.

Già Blair aveva annusato l’aria, ed era andato a stringere la mano a Chirac e Schroeder (mentre il bilaterale franco-italiano si rinvia da settimane). Aznar ora non c’è più. E presto arriverà il momento di decidere se la svolta in Iraq c’è stata o no, se restare con gli americani o no. Il giorno in cui la brigata «Plus ultra» spagnola dovesse davvero lasciare la Mesopotamia, quella solitudine si farà pericolosa. Coinciderà, più o meno, con la data delle elezioni europee.

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