LA SITUAZIONE E’ GRAVE, E FORSE ANCHE DRAMMATICA

7 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana.

(WSI) – La continua discesa del dollaro e la scarsa capacità del mercato del lavoro americano di creare nuovi posti di lavoro sono spie dei gravi squilibri su cui «galleggia» oggi l’economia mondiale. Essi sono anche due facce della stessa medaglia riconducibili a un processo di delocalizzazione delle attività produttive verso i paesi a bassi salari che non solo fa crescere il disavanzo commerciale americano, ma soprattutto lo rende strutturale, ossia meno elastico alle variazioni del tasso di cambio.

I dati confermano questa tesi: l’espansione dell’economia statunitense in corso da circa tre anni è non solo inferiore alle precedenti fasi di ripresa succedutesi in questo dopoguerra, ma è soprattutto molto meno prolifica in termini di nuovi posti di lavoro (circa 6 milioni in meno) e in termini di aumento dei redditi delle famiglie. Ma c’è di più: il contributo del settore industriale statunitense è negativo. Infatti in novembre per il terzo mese consecutivo si è ridotta l’occupazione nel settore manufatturiero.

La spiegazione di questo fenomeno non può essere che la delocalizzazione nei paesi a bassi salari di gran parte della produzione industriale americana. La conferma viene dal saldo tra le importazioni negli Stati Uniti di prodotti fabbricati da unità produttive localizzate all’estero di aziende americane e le esportazioni di prodotti fabbricati negli Stati Uniti da unità produttive di società straniere.

Ebbene, il saldo del 2002 (l’ultimo dato a disposizione) registra un disavanzo annuo di circa 132 miliardi di dollari. Ciò vuol dire che al processo di delocalizzazione all’estero di parte della produzione delle multinazionali americane è da addebitare circa un quarto del disavanzo commerciale statunitense. A questa cifra bisogna aggiungere gli acquisti operati dalle società americane di componenti o di prodotti intermedi fabbricati da società estere.

Tutto ciò mette in dubbio la speranza che la ripetizione degli aggiustamenti dei cambi, operata nella seconda metà degli anni Ottanta con il famoso accordo del Plaza, possa contribuire a migliorare il disavanzo estero statunitense. I motivi sono presto detti. Allora il disavanzo statunitense raggiungeva il 3,3% del Pil; oggi si avvicina al 6%. Allora Europa e Giappone registravano una forte crescita e quindi erano stati in grado di assorbire il calo del dollaro; oggi la caduta del dollaro rischia di mettere a repentaglio una crescita europea e giapponese già molto debole.

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E, dato che la propensione ad importare è correlata con la crescita, ciò vorrebbe dire che il rallentamento delle loro economie ridurrebbe in gran parte i vantaggi del dollaro debole per l’export americano.

Ma c’è un aspetto di cui poco si parla, che mette in dubbio la possibilità di un miglioramento della bilancia commerciale statunitense grazie alla discesa del dollaro. Le importazioni statunitensi superano le esportazioni del 50%. Ciò vuol dire che anche solo per mantenere invariato il deficit commerciale statunitense, le esportazioni americane devono crescere del 50% più delle importazioni. Questo obiettivo è difficile da raggiungere a causa dei cambiamenti strutturali avvenuti nella struttura produttiva americana.

Infatti, gli scambi con le unità produttive dislocate all’estero delle multinazionali americane erano fino al 1995 in attivo, mentre oggi sono una delle principali cause del deficit commerciale (come scritto prima). Tutto ciò fa supporre che il disavanzo commerciale americano è in gran parte strutturale e che il suo risanamento non può avvenire che attraverso il rimpatrio di parte delle attività produttive trasferite all’estero.

Per ottenere questo obiettivo, ossia per invertire l’attuale tendenza a spostare le produzioni all’estero, occorre però che il dollaro scenda ancora e che resti a lungo a livelli molto bassi. Ciò spiega perché alcuni, come l’ex economista dell’FMI Kenneth Rogoff, ritengano che il dollaro debba scendere ancora almeno del 30% rispetto agli attuali livelli. Una caduta di simili proporzioni comporterebbe conseguenze di non poco conto per l’economia mondiale.

L’altra via, ossia il risanamento del disavanzo pubblico e l’aumento del risparmio privato, da un canto non piace alle autorità statunitensi, poiché l’esercizio con tutta probabilità condurrebbe ad una forte recessione e, dall’altro, non è certo che risolverebbe i problemi strutturali della bilancia commerciale dovuti al processo di delocalizzazione. In conclusione, la scarsa prolificità del mercato del lavoro e il disavanzo commerciale americani non sono risolvibili senza causare dolori e suggeriscono una riflessione sulla sostenibilità economica della globalizzazione.

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