LA RITIRATA PREVENTIVA

14 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Troverà un George Bush molto cambiato, il presidente Ciampi alla Casa Bianca, un uomo già molto diverso da quello che Silvio Berlusconi andò a ossequiare nel Texas in estate e ancora più cambiato dall´inverno della marcia inesorabile verso la guerra.

Vedrà un presidente americano che per la prima volta nel suo percorso personale e politico sconvolto dall´11 settembre, resta inflessibile nella sua «teologia della liberazione» armata, ma che oscilla e sbanda sempre più visibilmente tra le correnti e le camarille opposte che a Washington si contendono la sua attenzione e si rimproverano a vicenda i disastri della guerra continua, ormai non più definibile, neppure più in Italia, “pacificazione”.

Non si capisce più chi tenga le chiavi del cuore del sovrano, in questo mese di novembre che segna ufficialmente l´inizio dell´ultimo anno del suo mandato. La normale dialettica fra i molti poteri e consiglieri diventa zuffa. Tracima sui giornali, che i contendenti usano come messaggeri trasversali passando «memorandum segreti». La nuova «dottrina tattica» che sembra oggi persuadere di più il sovrano, nel cui orecchio sussurra sondaggi preoccupanti il Richelieu della politica elettorale, Karl Rove, è un´altra di quelle formule prese di peso dagli annali del Vietnam: trovare una exit strategy, una strategia per andarsene e proclamare vittoria. Dalla “guerra preventiva” alla “ritirata preventiva”.

Paradossalmente, è proprio l´uomo che il pubblico identifica di più con il partito dei falchi, il ministro Rumsfeld, a capeggiare la fazione della “strategia di uscita”, cosa che gli ha subito meritato gli attacchi delle vestali neoconservatrici, oggi in crisi.

Powell, la colomba titolare nella formazione di Bush, si è infatti tirato indietro, dopo avere convinto il capo a chiedere all´Onu una risoluzione che ha dato una vernice di legittimità, ma neppure un soldato, all´occupazione, e ora lascia che siano i suoi nemici ad azzuffarsi.

La Cia si prende le sue piccole vendette facendo arrivare ai giornali analisi angoscianti, dopo la Cheneyland, le fantasie prebelliche sulle armi di distruzione di massa e spiega che gli “insurgents”, i ribelli, potrebbero essere 50 mila, che la popolarità degli americani si deteriora (Gallup lo conferma) e il migliorare della situazione materiale non diminuisce affatto, ma aumenta, il nazionalismo degli iracheni. I neofanatici sono in crisi, dopo che il loro beniamino, quell´Ahmed Chalabi giudicato da Cia e Dipartimento di Stato come un magliaro, è stato un completo fallimento.

Prigioniero in mezzo ai suoni, Bush, l´unico che non possa chiamarsi fuori, deve strapazzare il suo proconsole a Bagdad, Paul Bremer, con l´ordine di accelerare al massimo la fase preliminare e necessaria della exit strategy, la irachizzazione, il passaggio delle consegne politiche e delle armi ai clan locali. Le vestali della destra «pura e dura» starnazzano, accusando Rumsfeld (e dunque indirettamente Bush) di avere perso la fede e di voler salvare la rielezione del presidente, che è minacciata soltanto dalla guerra. Bush sta diventando come suo padre, bisbigliano terrorizzati i neocons, e rischia di lasciare a metà l´opera, come fece George il Vecchio quando rinunciò a lanciare i suoi panzer verso Bagdad nel febbraio del 1991.

I vecchi del Vietnam, guidati dal senatore repubblicano McCain che per un soffio, e per mancanza di fondi, non batté Bush nelle primarie del 2000, denunciano la ritirata, ridicolizzano la irachizzazione, osservano che riarmare in fretta e furia 120mila soldati iracheni, come sta avvenendo, è una follia. Notano, con un brivido, che i generali sui quali Rumsfeld e Bremer scaricano le lavate di capo, lanciano offensive militari con bombardamenti pesanti (a Tikrit) e operazioni di rastrellamento e di annientamento, come a Bagdad.

In privato, il vecchio Kissinger, che a questa «teologia della liberazione» a cannonate non ha mai creduto spiega che l´improvviso ritorno di operazioni militari campali sa tanto di cortina fumogena. Ricorda i bombardamenti che Nixon (e lui) ordinavano per coprire le trattative segrete di resa con Le Duc Tho a Parigi e lasciare Saigon al suo destino.
Oggi, il nuovo-nuovo George Bush sembra pendere dalla parte dei realisti pragmatici, dopo il bidone delle sirene ideologiche, e pensare a una strategia non di escalation ma di riduzione.

Anche lui copre i propri dubbi con lo sbarramento di discorsi sempre più altisonanti, ma, nel ticchettare dell´orologio elettorale che lo ossessiona, questo è un politico che cerca una via d´uscita e che l´Europa, che già sbagliò all´inizio dell´anno nel metterlo con le spalle al muro, dovrebbe incoraggiare, facendogli capire che non incontrerà gli sberleffi dell´”avevo detto”, ma la simpatia e la stima di chi vorrebbe ritrovare ? ed è facile immaginare Azeglio Ciampi tra loro ? l´America del realismo e del pragmatismo. Anche se questo potrebbe favorire la rielezione di un personaggio che proprio l´Europa detesta.

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