LA RIPRESA C’ E’, NON SOFFOCATELA IN CULLA

25 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Ma stiamo davvero così male?
Male come nel 1992, l’annus
horribilis dell’economia italiana,
come dice TPS. O peggio del
1996, sostiene Prodi. Soprattutto,
peggio del 2001, è convinto Visco,
cioè l’anno in cui Berlusconi
prese il timone della nave Italia
per farla naufragare (sostiene
l’Unione) tra Scilla e Cariddi (al
pari del contestato ponte). Ieri
l’Istat ha presentato il suo rapporto
sul 2005 fotografando l’anno
della crescita zero.Il presidente
Biggeri ha messo
l’accento sui segnali
di ripresa che si sono
già visti nel primo
trimestre di quest’anno
e, a suo parere,
sono già forti. Il
centro-sinistra, dunque,
può dirsi fortunato.

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Se sarà anche
abile nel cogliere la svolta ciclica
e metterla a frutto, allora potrà
navigare. Per farlo serve accompagnare
la svolta congiunturale.
Forse serve ancora una incubatrice.
Lo ripeterà all’assemblea
pubblica di Confindustria anche
Montezemolo, che ieri, nell’assemblea
privata non è stato affatto
tenero con i primi passi del governo
Prodi (dallo spacchettamento
dei ministeri alle esternazioni
in ordine sparso, alla minaccia
di nuove tasse). Il mantra è
una politica di bilancio rigorosa
che favorisca lo sviluppo. Ma prima
rigore e poi sviluppo? Vexata
quaestio che tormenta il dibattito
di politica economica e soprattutto
angoscia da decenni il
centro-sinistra. Potremmo dire
dal primo centrosinistra, quello
del 1963 che esordì con la stretta
Carli-Colombo (Emilio Colombo,
senatore a vita, è la memoria
storica).

Come allora, rigoristi e sviluppisti
si confrontano a suon di
cifre e istogrammi. Attendiamo
tutti il programma dei primi cento
giorni per risolvere il dilemma.
Ci auguriamo che dal seminario
che il professore organizza
la prossima settimana
per tenere a
guinzaglio i suoi ministri
demolitori non
esca un’analisi congiunturalista
e pauperistica
dell’Italia. Il
presidente dell’Istat
ieri ricordava che le
vere debolezze s’annidano nella
struttura di una economia e una
società che debbono essere messe
in grado di assorbire gli shock
esterni e che deve consolidarsi.

Dal rapporto emerge la conferma
che la struttura delle imprese
resta troppo piccola e questo è
un grande fattore di debolezza,la
specializzazione resta arretrata,
cioè concentrata nei comparti
tradizionali, per di più meno capaci
di esportare con un livello di
produttività stagnante che si protrae
dagli anni ’90.L’occupazione
è aumentata, ma si sono accentuate
le disuguaglianze territoriali
(il Mezzogiorno è in calo) oltre
che generazionali (il tasso di disoccupazione
tra i laureati è il più
basso in assoluto,di 25 punti inferiore
alla media Ue). E’ chiaro,
dunque, dove bisogna agire con
misure in grado di invertire queste
tendenze di lungo periodo.
Eppure, se ragionassimo solo
in termini di emergenza, paragonando
la situazione a quella
dei primi anni ’90,andremmo
fuori strada. Evocare lo spauracchio
del grande tracollo
serve a spegnere
gli eroici furori di ministri
che vogliono allargare
i cordoni della borsa.

Ma attenti a non soffocare
il bambino (la ripresa)
nella culla. Vediamo
proprio i dati
dell’Istat risalendo indietro
al 1992. Il prodotto
interno lordo in
euro a prezzi del 2000
(quindi senza effetti dell’inflazione
e del cambio
di valuta) era 1.041 miliardi
di euro. L’anno dopo
scende a 1.031. Nel ’96
era 1.091. Nel 2001 è stato
1.212, l’anno scorso (calcolato
con gli stessi criteri) 1.229 leggermente
inferiore all’anno precedente
(1.230). Insomma, nella
prima metà degli anni ’90 c’è stata
una sostanziale stagnazione,
una ripresa che si interrompe nel
2002, un piccolo rimbalzo nel
2004 e finalmente un rilancio (se
reggerà) nel primo trimestre di
quest’anno. Non sono cifre esaltanti,
si sa, ma oggi produciamo
di più, consumiamo di più, le famiglie
hanno redditi decisamente
superiori rispetto ai primi anni
’90 e anche rispetto al 2001. I dati
aggregati e quelli medi nascondono
le differenze,è ovvio.Ma se
andiamo a vedere l’indice delle
disuguaglianze, possiamo verificare
che non c’è stato
un peggioramento generalizzato.

Hanno perso i
redditi fissi (lavoratori dipendenti),
si sono difesi
meglio quelli variabili
(autonomi). Ma questo
ha a che fare con la politica
distributiva.
Se i conti degli italiani
sono fiacchi (lo ha
ricordato ieri Almunia
nella cena con TPS)
non sono ai livelli degli
anni ’90. Che cosa è
peggiorato? Il bilancio
dello stato? L’indebitamento
netto
era di 83,631 miliardi
nel 1992, scende a
69,830 nel 1996 e a 9 miliardi
appena nel 2000. E’
già a 38 miliardi l’anno successivo
(il buco denunciato a Tremonti),
ma l’anno scorso piomba a 57,
917 miliardi, una cifra questa sì
da anni ’90. In particolare, se togliamo
la spesa per interessi, si
passa da un saldo corrente attivo
per 10 miliardi ancora nel 2001 a
un disavanzo di 6,831 miliardi
l’anno scorso.

Abbiamo capito. TPS ce l’ha
con questo indicatore.E Visco rilancia,
con gli aggiustamenti del
caso, la ricetta del primo centrosinistra. Tra il 1996 e il 2001, non si
ridussero le entrate correnti passate
(quelle al netto degli interessi
da 375 a 470 miliardi), ma sono
aumentate le entrate correnti (da
454,051 a 558,872 miliardi). Dunque,
il riequilibrio è avvenuto via
tasse. Ma guardando le cifre, si
scopre che le cose non sono cambiate
di molto nemmeno nel
quinquennio berlusconiano. La
spesa pubblica corrente ha continuato
a salire fino a 630,241 miliardi.

Le entrate sono aumentate
a 623,410 miliardi, anche se non
abbastanza per coprire le spese.
Di qui il peggioramento del deficit.
Il problema del prossimo
futuro è che, aggravare la tassazione
(ammesso che sia politicamente
possibile, con i tempi
che corrono e le minacce di rivolte
fiscali) diventa economicamente
rischioso perché deprime
la domanda per consumi
e investimenti, quindi rischia di
bloccare la ripresa.

Torniamo alla domanda iniziale.
La risposta è che stiamo un
po’ meglio (crescita e consumi) e
un po’ peggio (finanze pubbliche
e competitività del sistema Italia).
Ma forse dovremmo chiederci: il
centrosinistra ha una ricetta nuova
o il suo orizzonte concettuale e
le sue medicine sono sempre le
stesse di dieci anni fa? Nel dibattito
elettorale non era uscita una
chiara indicazione, ma si era spiegato
che quella dell’Unione sarebbe
stata una politica dell’offerta,
per sostenere la produzione,
una politica di liberalizzazioni
per favorire i consumatori, aprire
il mercato, abbassare le tariffe,
una politica redistributiva centrata
sul lavoro e non sulle rendite.
Di liberalizzazione non si parla
più. E le prime uscite dei ministri
prefigurano tagli,tasse,lacci e lacciuoli.
Aspettiamo adesso il seminario
del Professore.

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