La Repubblica: giornalisti contro De Benedetti, sciopero delle firme

23 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – L’assemblea di redazione e il Cdr uscente di Repubblica, dopo aver appreso della richiesta da parte dell’azienda di trasferire al tavolo nazionale la trattativa in corso sullo stato di crisi, hanno deciso di far partire da qualche giorno lo sciopero delle firme dei giornalisti, chiedendo l’adesione anche ai collaboratori così come approvato con la mozione dello scorso 20 settembre 2013.

Per i periodici già in stampa lo sciopero delle firme partirà del prossimo numero. L’Associazione della stampa romana riporta che l’assemblea di redazione e il Cdr uscente, esprimendo solidarietà ai poligrafici che hanno proclamato per oggi una giornata di mobilitazione, hanno inviato una lettera alla Fnsi e per conoscenza all’azienda e alla direzione riportata.

L’assemblea dei giornalisti di Repubblica e il Cdr uscente condannano, quindi, la decisione del gruppo editoriale L’Espresso di avanzare alla Fieg (e attraverso essa alla Fnsi) la richiesta di un incontro nazionale urgente che si configura come un tentativo di scavalcare la contrattazione interna in corso.
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Lettera aperta a Barbara Spinelli, inviata anche ai redattori di Repubblica e a Luciano Gallino, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky.

di CARLO CHIANURA*

Cara Barbara Spinelli, ho letto con attenzione il tuo articolo di mercoledì 15 gennaio nel quale illustri a partire dall’intervista di Ezio Mauro a Sergio Marchionne “la lezione americana sulla crisi dell’auto”, come recita il titolo. Se posso sintetizzare con poche parole il senso del tuo intervento, scrivi che l’affare Fiat-Chrysler dimostra come “si sbriciola l’illusione” di un capitalismo “che distruggendo crea”, “tagliando i costi del lavoro, secernendo guerre tra poveri, e tra poveri e sindacati”. Con ciò provando il fallimento delle politiche di laissez-faire e la necessità invece di un ordinamento superiore — lo Stato, la collettività, l’Europa — che imponga norme e innovazione. Con questa lettera aperta che forse ti stupirà e che invierò anche ai miei colleghi del giornale e ad alcuni illustri collaboratori di Repubblica, vorrei raccontarti una storia dei nostri giorni.

[ARTICLEIMAGE] C’è un’azienda prestigiosa che storicamente ha saputo affermare la sua eccellenza per le buone capacità dei suoi proprietari e del management, ma anche dei propri dipendenti. Prova ne sia il fatto che non un bilancio nella sua storia, fino a questo momento, è stato chiuso in rosso. Anzi, gli utili sono sempre stati rilevanti, così come i dividendi.

Prova ne è, anche, il prestigio immenso che il prodotto di questa azienda riscuote in tutto in Paese e anche fuori di qui: e parliamo di un prodotto delicatissimo, tanto che i costituenti hanno ritenuto giusto dedicargli un articolo della nostra Carta.

Non basta: questa azienda ha fatto e fa della difesa dei diritti dei lavoratori la propria bandiera, soprattutto all’esterno. E’ un suo tratto costituente, come sanno bene i suoi “clienti”.

Ma c’è un ma… Ma c’è la crisi mondiale, quella stessa che tu hai raccontato oggi. Già quattro anni fa, con i soldi di quello Stato che come dici giustamente tu dovrebbe normare e innovare, non finanziare ristrutturazioni facili, questa azienda ha mandato in pensione con i soldi di tutti i contribuenti italiani il venti per cento dei dipendenti. Tutti o quasi ben lontani dai 67 anni e più ipotizzati a regime dalla Fornero.

Anche quattro anni fa il bilancio era in buon attivo, ma la sirena del “taglio del costo del lavoro” pure in questo caso fu troppo forte. Prevalsero, drammaticamente, tra i lavoratori le “guerre tra poveri”, non tanto poveri per la verità ma certo più poveri, e molto, di quei poveri milionari che volevano guadagnare di più o spendere di meno. Vogliamo dire che sono quelle “giraffe con il collo lunghissimo che riescono a mangiare le ultime foglie rimaste in cima all’albero” di cui parla il Keynes che tu oggi ricordi?

Certo “gli animali col collo corto” non sono morti di fame. Ma quello spazio, tutto quello spazio lasciato agli animal spirit del mercato, ha provocato qualche guaio. Una perdita dei diritti, per esempio. Uno spazio maggiore ai rapporti di lavoro irregolari, dunque un aumento della disuguaglianza. Un futuro più incerto per tutti, vecchi e giovani. Lì, proprio lì, nell’azienda portabandiera dell’articolo 1 della Costituzione.

Passano gli anni, restano gli utili. Ma… la crisi non passa. E allora quella strada che “mai più” doveva essere intrapresa dopo il 2009, ridiventa improvvisamente ineluttabile. Sulle prime il sindacato, che a un certo punto entrerà in conflitto con i suoi rappresentati, prova a presentare report di affermate banche d’affari che prevedono per il gruppo utili non disprezzabili per il 2014 e 2015. Inutilmente. Quell’azienda si rifiuta di fornire proprie previsioni in merito e non spiega in base a quali valutazioni prospettiche si pretende per i prossimi anni un risparmio di 30 milioni.

La metà del risparmio atteso viene inopinatamente caricato sui lavoratori, con un nuovo gigantesco taglio del personale. Con un futuro ancora più incerto per chi resta.

Non voglio farla ancora più lunga e concludo la storia che, come tutti hanno capito, è la storia di Repubblica dove noi lavoriamo e alla quale tu collabori. La storia drammatica di queste ore che Filippo Ceccarelli ha riassunto in una mappa ragionata che, se vuoi, potrai richiedergli.

E’ stato bloccato un accordo che avrebbe consentito così come era formulato la cassa integrazione indiscriminata come strumento di pressione per mandare in pensione altri 58 giornalisti. Poche settimane prima, una redazione fiaccata da una nuova guerra generazionale dopo quella del 2009 aveva bocciato una alternativa di cassa integrazione con contratti di solidarietà, di certo comunque non meno dispendiosa per le casse comuni.

Ma il motivo vero per il quale ti ho scritto questa lunga lettera non è quello di coinvolgerti nella nostra vertenza, quanto invece di valutare insieme come spesso le disuguaglianze si celino dove meno te lo aspetti.

Anche in un giornale che celebra la Repubblica delle idee, la Repubblica fondata sul lavoro. Quale, quella che si libera di circa metà di propri giornalisti nel giro di quattro anni? Quei giornalisti che hanno costruito con fatica, fedeltà e abnegazione la alta credibilità morale, politica e professionale di questo nostro giornale?

Ti ringrazio per l’attenzione e sono certo insieme a tanti altri che continuerai a seguire con la stessa attenzione queste vicende che hai potuto descrivere su Repubblica.

*Carlo Chianura, giornalista di Repubblica, è consigliere di Stampa Romana e dell’Inpgi