LA REGOLA CITIGROUP. L’ECCEZIONE UNICREDITO

28 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Le scuse non risolvono i problemi, né cancellano le colpe, ma anche nel mondo cinico e amorale della finanza internazionale sono qualcosa di più di una semplice operazione di marketing. E’ destinata a diventare un simbolo l’immagine del ceo di Citigroup, Charles Prince, che s’inchina in segno di scusa in Giappone, riconoscendo le malversazioni di cui la filiale locale della più grande banca del mondo si è resa protagonista.

Idealmente si chiude un circolo iniziato a Houston, nel 2001 con la bancarotta di Enron. La stagione degli scandali finanziari – a cui noi italiani abbiamo dato un nostro contributo – ha dimostrato che il rispetto delle regole conta quanto la performance. Tutte le volte che si rinuncia al primo e per migliorare la seconda si pecca di miopia ottenendo risultati immediati a scapito del lungo periodo. I fasti, l’euforia e l’arroganza di tre anni fa che erano il «marchio di fabbrica» di Citigroup e di un certo modo d’intendere la finanza.

Atteggiamenti che ora si pagano con gli inchini in mondovisione, ma soprattutto con le quotazioni in picchiata: prima della mea culpa giapponese Citigroup aveva toccato il minimo negli ultimi 12 mesi, mentre il coinvolgimento negli scandali americani del 2002 erano valsi un record negativo difficile da eguagliare in futuro. Insomma, più delle multe delle varie autorità regolatrici di borsa, i veri anticorpi di cui il mercato può disporre sono le perdite generate da cattiva reputazione e scarsa fiducia. Il ravvedimento di Citigroup non rimarrà a lungo un’isolata eccezione.

Invece, difficilmente altre banche italiane imiteranno Unicredito che nel suo piano triennale ha dimostrato di avere una strategia di crescita internazionale coerente. L’obiettivo scelto, i paesi dell’Europa centro-orientale, permette un piano d’investimenti non paragonabile a quello di colossi come il Credit agricole o il Banco Santander, ma al momento è l’unica via percorribile per le possibilità di un qualsiasi istituto italiano.

Solo cercando «nicchie» all’estero, l’apertura di un mercato europeo del credito smetterà di essere vista come un’evoluzione pericolosa da ritardare il più a lungo possibile.

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