LA PRESIDENZA BUSH E IL SUO MESTO TRAMONTO

26 Ottobre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – A un passo da una crisi dalla quale potrebbe non più riprendersi.
Freddamente e oggettivamente, è questo il giudizio da dare della
presidenza Bush, colpita in poche settimane dalla dimissioni sotto
l’incalzare degli scandali dei portavoce repubblicani al Senato e alla Camera,
Bill Frist e Tom DeLay, dal sempre più evidente impasse della nomina
dell’avvocato e consigliere giuridico Miers alla Corte Suprema, e
dall’imminente richiesta di incriminazione davanti al gran giurì che indaga
sulla fuga di notizie dalla Casa Bianca che portò a rivelare che Valerie
Plame, la moglie dell’ex ambasciatore in Niger Jospeh Wilson, era
un agente operativo della Cia.

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Patrick Fitzgerlad,l’inflessibile procuratore
erede a New York di Rudolph Giuliani e che a Chicago ha mandato
alla sbarra terroristi come Omar Abdel Rahman,mafiosi come gli adepti
della famiglia Gambino ma anche politici come il governatore dell’Illinois
George Ryan, ha chiesto secondo autorevoli indiscrezioni la messa
in stato d’accusa di due esponenti centrali del clan Bush,ma ha secretato
la notizia fino al fine settimana.Ora è più chiaro perché l’ex premio
Pulitzer Judith Miller ha preferito trascorrere 85 giorni in carcere, una
decisione che comunque le fa onore visto che non ha voluto rivelare all’inflessibile
procuratore quale fosse la fonte del leak, una decisione che
le costerà il licenziamento dal New York Times.

Fitzgerald era convinto che il capo di gabinetto del vicepresidente
Cheney Lewis “Scooter” Libby fosse stato lui la fonte, e che la manovra
fosse stata ordita dal capo dei consiglieri politici di Bush, Karl
Rove,per scaricare lontano dalla Casa Bianca la responsabilità di aver
inserito nel discorso dello stato dell’Unione 2002 le famigerate righe
in cui Bush accennò al Nigergate. La Miller, uscita dal silenzio per difendersi
da chi oggi l’accusa di aver coperto la Casa Bianca, replica
che Fitzgerald le sembrava mirare a Libby e a Rove a prescindere, e
che questo la indusse a una tenuta ancor più ferrea del segreto professionale.

Ma quale che sia la dinamica dei fatti, con ogni probabilità ormai
sarà un procedimento formale a doverlo stabilire.E per Bush saranno
dolori. Rove da vent’anni è l’inseparabile edificatore della fortuna
politica di Bush junior, colui che ha dato gli strumenti interpretativi
di come lanciare in grande scala la propria personalità – apparentemente
povera di punti di forza – al centro dell’arena pubblica americana,
sconfiggendo di volta in volta, dal governatorato del Texas fino
a due elezioni presidenziali, candidati che ogni volta rispetto a lui godevano
dell’apparente favore dell’opinione pubblica.

Rove non è solo un “tecnico dei suoni” elettorali. È lui che da anni
ha il ruolo decisivo nel setting presidenziale, nella scelta dei temi e dei
progetti da sottoporre al Congresso, nella selezione dei candidati ai diversi
livelli dell’Amministrazione e del potere giudiziario.E’ lui che controlla
ferreamente la macchina del Grand Old Party.E che ne ha selezionato
uno dopo l’altro i grandi raccoglitori di risorse finanziarie. Insomma
è come se fosse insieme , rispetto al nostro Berlusconi, Gianni
Letta,Fedele Confalonieri e Cesare Previti.Con qualche tocco di ispirazione
ultraterrena alla Gianni Baget Bozzo, e persino più cinismo di
Giuliano Ferrara :perché a differenza di questi,non ha mai mollato il capo
di un millimetro.

Se Fitzgerald avrà le sue incriminazioni andrà fino
in fondo.Per Bush,per quanto possa sembrare paradossale, davanti agli
americani sarebbe un colpo assai più pesante degli stessi duemila caduti
in divisa in Iraq. La crisi della presidenza potrebbe essere a senso unico,
senza recuperi né ritorni possibili.A maggior ragione perché in campo
repubblicano personalità di grande spicco come John McCain, si sono
sempre tenuti lontani, dallo stile opaco del “clan” Bush.

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