LA PAROLA MAGICA
E’ CONCORRENZA

18 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Don Michele Salvati ha detto tra le tante un’ennesima cosa sacrosanta, nel suo recente saggio pubblicato su queste colonne, invitando il centrosinistra a uscire dalle sterili formule del piagnisteo da declino e abbracciando invece i valori del merito. Debenedetti lo ha seguito a ruota (…).

Una buona lettura preparatoria, a chi volesse seguire questi saggi consigli sin qui in verità inascoltati, può risultare un libro uscito da poco negli Stati Uniti. Si intitola The Competition Solution, e costituisce un’ottima base per capire che invece che litigare tra linea-Visco e linea-Bersani sulle imposte, sarebbe bene pensare a candidature di ministri economici il cui nome è garanzia di concorrenza come Monti, e di libero mercato come Alesina o Giavazzi.

Facendo fare a partiti e sindacati un sano passo indietro NON nell’elaborazione delle politiche – come vuole il girotondismo e l’antipolitica populista, che c’è anche sinistra eccome se c’è – ma magari nella loro concreta e operante gestione, ciò che fa la differenza agli occhi dell’elettore mediano che si interroga sulle persistenze ideologiche che tanta parte hanno nel rito declinista in corso, e in chi punta tutte le proprie carte nel convincere gli italiani che stanno malissimo, come mai addirittura dalla fine della guerra. Per poi far che, una volta vinte eventualmente le elezioni, procedere a miracolose distribuzioni di pani e pesci per le strada di Cana, riregalare alle grandi imprese Dit e SuperDit mettendo invece al bando gli sgravi di prelievo sulle persone fisiche? Mah.

In che cosa consiste la tesi di Paul London, l’autore di Competition Solution? Nello spiegare con chiarezza quale sia The Bipartisan Secret behind American Prosperity, come spiega il sottotitolo. La ricetta segreta della crescita tumultuosa statunitense negli anni Novanta, ricetta condivisa da ampie fasce cooperanti di congressmen repubblicani e democratici sotto la coltre di un pesante scontro ideologico su tasse e welfare, è la coerenza nell’aprire alla logica della concorrenza segmenti sempre più ampi del mercato interno americano.

London non è sospettabile di tenerezze sospette nei confronti dell’Amministrazione Bush, perché anzi dal 1993 al 1997 è stato undersecretary of commerce for economics and statistics nell’Amministrazione Clinton. Infatti per il futuro spiega, nelle conclusioni del volume, che continuare con successo sul sentiero di una crescita prossima o superiore al 4 per cento e più annuo dipende assai meno dai tagli alle imposte predicati negli Usa dai repubblicani – e in Italia dai matti come chi scrive – che dal continuare con energia e determinazione a battere la strada del progressivo aumento della concorrenza in ogni residuo settore protetto della produzione e dei servizi americani.

A ulteriore conferma di come gli States sappiano promuovere politiche bipartisan, London anche se liberal è al conservatore American Enterprise Institute, che ha affinato da fellow la tesi che espone nel suo libro. La premessa da cui parte è di volersi distinguere sia dagli offertisti antitasse repubblicani, sia dai sostenitori della “leadership economica”, la tesi che lega la crescita alla politica monetaria di Alan Greenspan che rende sostenibile il doppio deficit Usa, sia dai clintoniani puri, che sostengono un mix di meno tasse solo alle fasce basse di reddito ed equilibrio del bilancio federale, sia infine dai difensori del traino di produttività rappresentato dalla new economy e dalle dosi massicce di IT iniettate nel sistem americano. London ripercorre approfonditamente un numero molto ampio di decisioni legislative e regolatorie assunte in maniera bipartitica negli anni Novanta, e per lo più sfuggite all’attenzione degli osservatori europei.

Decisioni che hanno aperto alla concorrenza settori in precedenza politicamente tutelate come l’industria automobilistica, i trasporti, le comunicazioni, l’energia. Decisioni che sono spesso, a dire la verità quasi sempre, state contrastate dalle Unions sindacali, per il rischio cui venivano esposti i lavoratori in precedenza “sicuri”. Inutile qui rifar la storia della grande tradizione antitrust americana, da Theodore Roosevelt a oggi.

Una storia molto diversa dalla concezione meccanicistica divenuta realtà nell’Antitrust europeo, più attento a garantire l’ingresso potenziale di concorrenti in modelli studiati a tavolino che il concreto benefico effetto del minor prezzo per consumatori e imprese. Quel che conta è che c’è da imparare. Perché anche qui, solo dosi massicce di maggior concorrenza possono – forse – candidarsi ad avere effetti migliori di meno tasse. Il meglio, poi, sarebbe unire entrambe le ricette. Ma niente paura, mi sveglio dal sogno.

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