La nuova frontiera del welfare aziendale

21 Marzo 2019, di Francesco Puppato

Il welfare aziendale sta prendendo sempre più piede; vuoi per i minori costi di gestione rispetto ad altre forme di retribuzione, vuoi perché lo strumento sta riuscendo a penetrare nella mentalità anche di chi non ne era abituato.

Di fatto, il welfare aziendale permette di recuperare potere d’acquisto attraverso i buoni per la benzina, per la palestra, per la spesa al supermercato e via dicendo.

Tutto questo, però, sembra non bastare più; i lavoratori cominciano a stufarsi di avere l’asilo nido in azienda, la palestra con i compagni di lavoro o i buoni pasto in uno specifico ristorante.

Serve qualcosa di più specifico, ad personam, studiato su ogni singolo individuo. Questa è dunque la nuova frontiera del welfare aziendale ed è quello di cui si discuterà in questi giorni presso “Nobilita”, il festival sulla cultura del lavoro di Bologna.

Dice Osvaldo Danzi, organizzatore di Nobilita:

“La cosa più importante è mettere al centro le persone ascoltandole, in modo da facilitare le loro esigenze. Il eelfare aziendale non è più solo la palestra, l’asilo o il maggiordomo aziendale ma è il tempo messo a disposizione per frequentare la palestra che io ho scelto, per portare o riprendere i figli nella scuola che reputo più adatta alla loro crescita, per dedicarmi alle esigenze familiari. Altrimenti è solo escamotage per trattenere più a lungo i dipendenti in azienda. L’ultimo luogo dove una persona equilibrata vorrebbe e dovrebbe trascorrere il suo tempo libero e coltivare i suoi interessi”.

La buona vita fuori dell’azienda va di pari passo con la buona produttività di quest’ultima; infatti le medie e grandi imprese che utilizzano questo strumento sono già il 64% ed anche le piccole imprese stanno iniziando ad usarlo (20%).

Il giusto mix tra esigenze personali e aziendali

Su quale sia il giusto mix per incontrare esigenze personali ed aziendali il cantiere aperto, ma c’è già qualche primo pioniere.

Per esempio presso l’azienda toscana Sebia, con 60 dipendenti, si è notato che tante convenzioni attivate non venivano utilizzate dalle persone perché scomode. Più nel dettaglio, spiega Elisa Raffaelli:

“Fatti salvi i servizi di assistenza sanitaria, sempre molto apprezzati, vediamo che c’è bisogno di aggregazione. Chiedersi fra colleghi “cosa ti serve, come posso aiutarti” è molto più utile che frequentare la stessa palestra nella pausa di pranzo. Migliora il clima in azienda, il senso di partecipazione ad un progetto comune. I colleghi ci hanno chiesto la convenzione con un meccanico che in caso di guasto ritiri l’auto in azienda e la riconsegni riparata, ma anche la possibilità di fare attività di volontariato insieme. Affidarsi ad una piattaforma standard sarebbe stato più facile, ma meno utile”.

Ancora, vi è una crescente attenzione al territorio. Parliamo della Vetrya, azienda di Orvieto nata nel 2010 che fornisce piattaforme online e servizi digitali, che conta 140 dipendenti con un’età media 30 anni e dove il 47% è di genere femminile.

Approfondisce così Katia Sagrafena, cofondatrice e direttore generale:

“Il tasso di natalità è alto, ci sono molte mamme e papà, ma invece di pensare ad un asilo nido interno all’azienda, visto che ad Orvieto ci sono e funzionano, abbiamo preferito lasciare ai genitori la possibilità di portare e riprendere i bambini quando vogliono e organizzare piuttosto un miniclub per il dopo asilo o per l’estate. Il welfare aziendale azienda è inclusivo e va dal campus con palestra, al centro benessere, alla biblioteca, agli incontri con scrittori e musicisti perché il miglior investimento resta quello sul capitale umano: qui non si timbrano cartellini, non serve, si lavora su obiettivi; sono le persone che fanno l’azienda e farle stare bene, facilitare la vita, divertirsi, stimolare è un investimento”.

Insomma, in un mondo sempre più globalizzato dove la tecnologia è ormai alla portata di tutti ed è acquistarla per giocare ad armi pari con la concorrenza, la vera differenza nel valore aggiunto sta nelle risorse umane.