LA MOSCA NEL LATTE

21 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Il caso Parmalat da dramma è diventato tragedia. Non sono termini esagerati, purtroppo. La Bank of America ha depositato davanti alla Security Exchange Commission americana una dichiarazione giurata che attesta l’inesistenza di quei 4 miliardi di titoli in garanzia presso la società Bonlat, la scatola del gruppo Tanzi alle Cayman.

Di conseguenza, non solo tutte le obbligazioni emesse su quella base sono scoperte e irregolari, a crollare è l’intera struttura patrimoniale del gruppo di Collecchio, che vede capitale e riserve azzerate, e anzi passa in negativo per qualche miliardo di euro.

Enrico Bondi e i suoi collaboratori non molleranno, ma la stessa ipotesi dell’amministrazione controllata deve fare i conti con difficoltà eccezionali. Con l’ingresso sulla scena della Sec è diventata a tutti gli effetti una crisi internazionale. Era ed è inevitabile che la magistratura apra immediatamente inchieste penali per accertare le responsabilità di uno dei più gravi scandali finanziari italiani.

Allo stato delle cose – cioè finché non sarà chiaro se e che cosa resta davvero degli attivi patrimoniali vantati nei bilanci Parmalat, e in quel caso che strada o che tasca abbia preso – Bondi e i suoi da soli non potrebbero reggere alle necessità di cassa, alle scadenze finanziarie prossime, ai rimborsi a fornitori, creditori e obbligazionisti, a tutti i requisiti minimi societari da garantire codice civile alla mano.

Di fronte all’esplosione in una bolla finanziaria del settimo gruppo industriale italiano, occorre un concorso straordinario di energie. Le banche saranno chiamate a esaminare la ricognizione del disastro svolta da Bondi con i suoi advisor, ed è inevitabile che si chieda loro di partecipare a uno sforzo di ricapitalizzazione. Il governo nel Consiglio dei ministri di ieri ha ascoltato una relazione sulla vicenda che preannuncia la piena e totale disponibilità ad attivare un marchingegno anticrisi.

Come questo sia potuto avvenire è una domanda alla quale l’Italia deve una risposta, non solo a se stessa, ma ai mercati di tutto il mondo, visto il prestigio del gruppo e i bond per miliardi di euro emessi in questi anni da aziende italiane, e verso le quali da domani il mercato terrà il fucile spianato. Per Tanzi, quella di ieri rimarrà una giornata di onta personale.

Scriviamo allora a futura memoria che non ci stupiremo quando emergerà che il primo turlupinato dall’ubriacatura finanziaria dei suoi collaboratori è stato lui.

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