LA MISSIONE DEL PRESIDENTE

28 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Con un brillante “colpo di teatro” e insieme con un atto di coraggio perfettamente sceneggiato – l’Air Force oscurato che atterra al buio nella notte nemica, il segreto assoluto da operazione di commandos, i lucciconi agli occhi, l’ovazione dei soldati sbalorditi, le razioni di tacchino servite con ostentata umiltà cristiana al milite nostalgico nel giorno del Ringraziamento – George W. Bush ha rovesciato per un giorno la discesa verso il dubbio che questa amara impresa irachena aveva ormai imboccato.

La Bagdad Surprise, la visita a sorpresa, è stata ovviamente un blitz elettorale, un’operazione molto hollywoodiana, uno spot, che vedremo e rivedremo per tutti i mesi della campagna. Ma non è stato quel “cursus” trionfale del Liberatore d’Occidente che i produttori avevano sognato per il primo sbarco di George W. nella lontana provincia sottomessa, dunque può essere letta come una conferma di quanto difficile e incerto sia questo conflitto. Ma questo rancio con le truppe era destinato al consumo degli americani rimasti a casa, ai loro sempre meno entusiastici umori guerrieri.

Un risultato politico immediato è stato raggiunto: la Casa Bianca ha finalmente cancellato quella gaffe della “missione compiuta” a bordo della portaerei che da sette mesi perseguitava il Presidente. Nella piccola bolla di luce e di entusiasmo creata per lui all’aeroporto di Bagdad, lontano da una città che neppure sapeva della sua presenza, Bush non ha parlato più di vittoria acquisita, ma ha chiesto di tenere duro e di soffrire, come dovranno fare quei soldati che non potranno volare via sull’Air Force, perché “non abbiamo fatto migliaia di miglia per andare alla carica dell’Iraq e per arrendersi a criminali e assassini”. Non era più il “victory speech” del primo maggio ma un discorso realistico, con toni da Alamo, condotto in quel Fort Apache assediato, di chi sa di essere ancora in territorio ostile e non addomesticato e deve fare appello alla gente dell’Iraq per aiutare l’America a vincere una guerra che da sola non riuscirà a vincere.
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Erano sessant’anni, dagli incontri segreti fra Roosevelt e Churchill a bordo di navi da guerra in Atlantico, che un Capo dello Stato americano non aveva dovuto compiere un viaggio altrettanto segreto e altrettanto rischioso, un segno di quanto insicura sia Bagdad per gli americani e di quanto tenue, dopo nove mesi di occupazione e combattimento, sia il loro controllo del territorio. Molti altri Presidenti hanno compiuto visite al fronte per sollevare il morale delle truppe e i loro indici di popolarità, ma il guscio di segretezza e di inganno creato attorno alla Bagdad Surprise nel giorno della più americana e sentita delle feste comandante, non ha precedenti. Una serie di finte mosse erano state calcolate per nascondere i veri piani, fino a cogliere di sorpresa persino i genitori, Barbara e George il Vecchio, arrivati al ranch texano del figlio convinti di mangiare il tacchino con lui e con Laura.

Neppure Laura, ci raccontano, era stata avvertita e i cinque giornalisti scelti per seguire il viaggio erano stati sequestrati a bordo dell’Air Force One, dopo aver giurato il segreto sotto pena di incriminazione per alto tradimento. E se l’idea del “blitz del tacchino” iracheno era partita un mese fa dal solito Karl Rove, il cervello politico di Bush, preoccupatissimo per la visita alle truppe che oggi compirà Hillary Clinton e per lo slittamento del suo protetto nei sondaggi, il controllo dell’operazione era nella mani del Servizio Segreto. Aveva dato il suo ok al viaggio a una condizione: che se la notizia fosse uscita mentre l’Air Force One era in volo, l’aereo avrebbe invertito la rotta, senza discussioni.

Se questo colpo di scena e questo gesto di sfida serviranno a invertire definitivamente la discesa dalla popolarità di Bush e soprattutto lo slittamento delle forze americane verso una guerra sempre più sporca, è cosa che soltanto i prossimi mesi, e i progetti invisibili del terrorismo, ci diranno. E’ assai dubbio che l’appello agli iracheni lanciato dal Presidente da quel Fort Alamo, quella fragile testa di ponte all’aeroporto di Bagdad, possa convertire i capi tribù e i leader religiosi alla fede nella democrazia americana e demoralizzare gli insorti. Ma Bush non è andato in Iraq per parlare agli iracheni. E’ andato in Iraq per parlare agli americani, per galvanizzare un’opinione pubblica che sta vacillando, come vacilla il morale dei 130 mila soldati bloccati al fronte nello stillicidio quotidiano di vite e di sangue. Tutti, da lui all’ultimo di quei “criminali e assassini”, sanno che il fronte decisivo passa per Washington e per Los Angeles, per le Grandi Praterie e per le Montagne Rocciose e se cederà il morale interno, non basteranno tutte le divisioni di Pentagono a vincere la guerra.

Nel suo viaggio aereo di 25 ore tra il Texas e Bagdad per farsi riprendere per qualche minuto, commosso, davanti ai suoi “boys and girls” che hanno già lasciato più di 400 camerati sul terreno, il Presidente non ha mai abbandonato il territorio americano, non sull’Air Force One, non sul convoglio corazzato che lo trasportava verso l’hangar del tacchino, né in quella mensa militare della Prima Divisione di Fanteria, l’unica fettina di Iraq per lui sicura. Infatti, il messaggio cruciale che Bush ha portato ai soldati, finalmente non più travestito da Top gun o da Big Jim come in primavera, ma soltanto indossando un giubbotto di nylon troppo grande per lui con la semplice scritta “Army”, esercito, sul petto, è che “l’America è saldamente dietro di voi”, dunque che il fronte interno tiene. Domani, sicuramente, i sondaggi di popolarità risaliranno, perché questi gesti, queste magnifiche “americanate” piacciono al pubblico americano e milioni di famiglie, tagliando ieri il tacchino del Ringraziamento, avranno pensato a quei soldati e al loro Presidente con gratitudine e commozione. Poi resterà da vedere con quanto entusiasmo i mullah e gli ayatollah sciiti e sunniti accoglieranno lo spettacolo di una celebrazione Puritana e Calvinista, come il sacrificio rituale del tacchino, nella terra dell’Islam.

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