LA LEZIONE DI OBAMA AI LEADER EUROPEI

7 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Nemmeno John Fitzgerald Kennedy aveva fatto tanto. Con il 64,1% di affluenza il presidente eletto degli usa ha battuto JFK, che con Nixon nel 1960, trascinò al voto il 63,8% degli americani. Per trovare una partecipazione elettorale più numerosa bisogna tornare indietro di un secolo, al 1908 (65,7%).

Sono soprattutto giovani uomini e donne, ispanici, afroamericani, molti dei quali non avevano mai votato prima, le persone che Barack Obama nella sfida con John McCain è stato capace di portare alle urne.
Ascolti record anche per le dirette televisive, seguite da 71 milioni di spettatori: solo il super bowl ha fatto meglio (97 milioni).
La macchina organizzativa di Obama difficilmente avrebbe potuto produrre risultati migliori. Il suo staff, guidato da David Axelrod, ha pianificato e condotto una campagna comunicativa di grande efficacia, che ha ribaltato alcuni cardini della comunicazione politica.

Ribaltando la comunicazione Obama ha fatto sentire i cittadini al suo livello
«Il fronte è stato capovolto», dice Marco Marturano, spin doctor di molti politici italiani, di Bill Clinton (nella campagna del 1996) e di Hillary (nel 2000 per il Senato). «Non c’era un candidato che si vendeva ai cittadini, c’era un uomo che faceva sentire i cittadini i veri candidati». Il Presidente eletto «non ha mai voluto vendere la sua straordinarietà, ma la sua normalità».

La sua sfida straordinaria: è riuscito ad essere normale
«È stato il più bravo a saper usare l’idea della sfida impossibile», sottolinea Marturano, sfida prima di tutto «con quello che lui rappresenta». Raccontando se stesso ha raccontato la persona qualunque. «Ha saputo rappresentare quello che in tutto il mondo in questo momento la gente chiederebbe alla politica: un po’ di normalità».

La capacità di coinvolgere, a tutti i livelli. Prima di tutto attraverso la rete «pensata, come un mezzo di connessione con le persone più che come un mezzo per dare informazione e raccontare il candidato». La rete, dice Marturano «è stata utilizzata come strumento per far diventare gli elettori i veri protagonisti della campagna. Ed è anche diventata il più straordinario mezzo di finanziamento che mai un politico abbia saputo utilizzare».

Il senso delle tappe simbolche della campagna: «Ci uniscono gli stessi ideali»
Barack Obama ha annunciato la sua candidatura da Springfeld, dove Abraham Lincoln pronunciò il discorso contro la schiavitù; per parlare all’Europa ha scelto Berlino, da dove John Fitzgerald Kennedy nel ’63 intervenne contro la costruzione del muro; per il discorso della notte elettorale ha voluto Grant Park a Chicago, teatro nel 1968 degli scontri alla convention democratica tra i pacifisti, che manifestavano contro la guerra in Vietnam, e la polizia, mandata dal sindaco democratico Richard Daley; scontri che segnarono una rottura tra il movimento giovanile e le istituzioni. Pochi mesi dopo il repubblicano Nixon sarebbe entrato alla Casa Bianca.

Al Gore fece una cosa simile nel 2000, quando decise di tenere la convention a Los Angeles, stessa città scelta 40 anni prima da John Fitzgerald Kennedy. Ma, sottolinea Marturano «allora l’ex vicepresidente Usa si identificava con JFK e il messaggio che mandava ai suoi elettori era: sono come lui». Mentre Obama anche in questo, ha detto «sono talmente come voi che per me i grandi leader della storia democratica americana, come per voi, sono un caposaldo, un elemento affettivo». «Obama aveva anche bisogno, attraverso queste fasi, di far passare alcuni contenuti valoriali cardini del suo messaggio identitario».

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