LA GUERRA IN IRAQ E LO SPREZZO PER LA DEMOCRAZIA

18 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

I risultati dei sondaggi resi disponibili da Gallup International, così come da fonti locali della maggior parte dell’Europa, Est e Ovest, hanno indicato che il sostegno a una guerra condotta “unilateralmente dall’America e i suoi alleati” non aveva superato l’11% in nessun paese e abbiamo scoperto che nella Nuova Europa, il dissenso rispetto “alla posizione statunitense” era per la maggioranza dei casi ancora superiore a quello di Francia e Germania, soprattutto in Italia e in Spagna.

Le voci contro la guerra in Iraq che si sono levate dall’establishment hanno limitato i loro commenti sull’attacco a quegli argomenti dell’amministrazione a cui viene dato molto ascolto: disarmo, deterrenza e connessione col terrorismo. Non hanno quasi mai parlato di liberazione, democratizzazione del Medio Oriente e altri temi che avrebbero reso inutili le ispezioni ai depositi di armi, così come praticamente ogni cosa avvenuta al Consiglio di Sicurezza e nella sfera di azione di governo.

La ragione forse sta nel fatto che essi hanno riconosciuto che ogni ricorso alla forza è necessariamente accompagnato da slanci di retorica, che non hanno alcun carattere informativo. È doppiamente più arduo dare peso alla retorica se si considera lo spregio per la democrazia che l’ha accompagnata, senza volersi poi soffermare su esempi passati e presenti.
I critici sono anche consapevoli del fatto che dalle bocche delle persone ora al potere, apparentemente così preoccupate per la democrazia in Iraq, – non è uscita alcuna parola di rammarico per avere precedentemente sostenuto Saddam Hussein (o altri come lui, che ancora beneficiano del loro appoggio), né mai hanno dato mostra di contrizione per averlo aiutato a sviluppare armi di distruzione di massa quando egli rappresentava veramente un grosso pericolo.

L’attuale leadership non ha nemmeno spiegato quando, e perché, ha rinunciato al principio che sostenevano nel 1991, e cioè che “la migliore delle condizioni possibili” sarebbe stata “una giunta irachena dal pugno di ferro ma senza Saddam Hussein”, la quale avrebbe gestito il potere in tutto e per tutto come Saddam, ma senza commettere nell’agosto del 1990 quell’errore di giudizio che gli ha guastato il curriculum.
Gli attuali alleati britannici erano allora all’opposizione e perciò potevano godere di maggiore libertà dei Thatcheriani nel denunciare i crimini di Saddam, spalleggiato dal governo britannico. Il loro nomi brillano per l’assenza nei registri parlamentari: stiamo parlando ad esempio di Tony Blair, Jack Straw, Geoff Hoon e altri leader del New Labour.

Nel dicembre 2002, Jack Straw, allora ministro degli esteri, diffuse un dossier sui crimini di Saddam, ma ripulito di quasi tutto il periodo in cui egli beneficiava del fermo sostegno statunitense e britannico, un particolare ignorato come d’obbligo nella consueta mostra di integrità morale. La tempestività e la qualità del dossier hanno sollevato molte riserve; a parte questo, Straw non è riuscito a dare una spiegazione del suo repentino cambio di parere sul carattere e il comportamento di Saddam Hussein.

Quando nel 2001 Straw era segretario all’interno, un iracheno giunto in Inghilterra dopo essere stato imprigionato e torturato aveva fatto domanda di asilo politico. Straw negò la sua richiesta. Il suo ministero motivò la scelta dicendo che Straw “[sapeva] che l’Iraq, e in particolare le forze di sicurezza irachene, avrebbero imprigionato e condannato una persona solo se legittimati a farlo”, quindi “esiste la certezza di potere beneficiare di un regolare processo in un tribunale indipendente e legittimo”.

In questo capovolgimento di opinione, Straw ricorda molto il presidente Clinton, quando, in un qualche momento tra l’8 e l’11 settembre del 1999, scoprì che l’Indonesia si era comportata in modo poco gentile verso Timor Est nei 25 anni in cui Stati Uniti e Gran Bretagna le avevano assicurato un sostegno determinante.

Si è potuto constatare con lampante evidenza il livello di senso della democrazia di questi governi durante le mobilitazioni contro la guerra dell’autunno del 2002, quando in un modo o nell’altro dovettero confrontarsi con l’eccezionale opposizione popolare di quel periodo.

All’interno della “coalizione dei volenterosi”, l’opinione pubblica statunitense veniva in parte controllata dalla campagna di propaganda lanciata a settembre. In Gran Bretagna la popolazione era divisa più o meno a metà fra chi sosteneva l’intervento armato e chi no; ciononostante il governo si mantenne nel ruolo di “partner minore” che aveva accettato con riluttanza dopo la II guerra mondiale e che aveva conservato nonostante i leader statunitensi avessero sprezzantemente ignorato le preoccupazioni della Gran Bretagna quando la sua stessa sopravvivenza era in gioco.
Fatta eccezione per i due membri a pieno titolo della coalizione, i problemi erano più seri. Le posizioni ufficiali dei governi dei due maggiori paesi europei, Germania e Francia, corrispondevano a quelle della grande maggioranza dei loro cittadini, che esprimevano un secco no alla guerra. Questa situazione ha portato alla ferrea condanna da parte dell’amministrazione Bush e di molti commentatori.

Donald Rumsfeld ha liquidato il problema definendo queste nazioni insolenti “la Vecchia Europa”, immeritevole di alcuna considerazione per non essersi adeguata alla linea di Washington. La “Nuova Europa” è invece simboleggiata dall’Italia, il cui primo ministro, Silvio Berlusconi, era in visita alla Casa Bianca. Evidentemente non creava alcun problema il fatto che l’opinione pubblica in Italia fosse per la stragrande maggioranza contraria alla guerra.

I governi della Nuova e Vecchia Europa si distinguevano sulla base di un semplice parametro: un governo finiva di fare parte dell’iniqua Vecchia Europa se e solo se assumeva la medesima posizione della grande maggioranza dei suoi cittadini e rifiutava di seguire gli ordini di Washington.

Occorre ricordare che gli autonominatesi padroni del mondo – Bush, Powell e tutti gli altri – avevano dichiarato senza mezzi termini che avrebbero portato a termine le loro intenzioni belliche sia che l’ONU o gli altri “ si allineassero” e quindi “diventassero interlocutori rilevanti” sia nel caso contrario. La Vecchia Europa, sprofondata nell’irrilevanza, non si è allineata; in realtà non lo ha fatto nemmeno la Nuova Europa, ammesso che si consideri cha anche le persone siano parte dei propri paesi.

I risultati dei sondaggi resi disponibili da Gallup International, così come da fonti locali della maggior parte dell’Europa, Est e Ovest, hanno indicato che il sostegno a una guerra condotta “unilateralmente dall’America e i suoi alleati” non aveva superato l’11% in nessun paese. Il sostegno a una guerra con il mandato dell’ONU variava dal 13% (Spagna) al 51% (Olanda).
Sono di particolare interesse gli 8 paesi i cui leader si erano elevati al rango di membri della Nuova Europa, per il loro coraggio e la loro integrità. Le loro affermazioni assunsero la forma di un appello formale al Consiglio di Sicurezza affinché garantisse “la piena applicazione delle sue risoluzioni”, senza specificare i mezzi per farlo.

Le loro dichiarazioni minacciavano “di isolare i tedeschi e i francesi”, come riportava la stampa con toni trionfali, sebbene in realtà le posizioni di Vecchia e Nuova Europa differissero di poco. Per assicurare che la Germania e la Francia venissero “isolate”, esse non sono state invitate a sottoscrivere gli arroganti pronunciamenti della Nuova Europa – apparentemente per paura che essi l’avrebbero fatto, come si è successivamente lasciato intendere.

L’interpretazione comune è che la Nuova Europa, così carica di promesse e aspettative, seguisse Washington dimostrando così che “molti europei sostenevano la presa di posizione degli Stati Uniti, a dispetto del no di Francia e Germania”.
Chi erano dunque questi “molti europei”? Controllando i sondaggi abbiamo scoperto che nella Nuova Europa, il dissenso rispetto “alla posizione statunitense” era per la maggioranza dei casi ancora superiore a quello di Francia e Germania, soprattutto in Italia e in Spagna, che erano state particolarmente elogiate come nazioni guida della Nuova Europa.

Per la felicità di Washington, anche i paesi ex-comunisti sono confluiti nella Nuova Europa. Al loro interno, il sostegno alla “posizione statunitense”, come la definisce Powell, cioè alla guerra lanciata dalla “coalizione dei volenterosi” senza l’autorizzazione ONU, variava dal 4% (Macedonia) all’11% (Romania).
Anche l’appoggio a una guerra con il mandato dell’ONU era molto basso. L’ex ministro degli esteri della Lettonia ha dichiarato che dobbiamo “salutare e gridare ‘Sissignore’…Dobbiamo assecondare l’America a qualsiasi prezzo”.

In breve, i giornali che ritengono la democrazia un valore fondante sarebbero dovuti uscire con titoli che spiegassero che la Vecchia Europa difatti includeva la grande maggioranza degli Europei, sia dell’Est che dell’Ovest, mentre la Nuova Europa era in realtà composta da pochi capi che avevano scelto di appiattarsi (in maniera ambigua) sulla linea di Washington, ignorando il parere della assoluta maggioranza dei loro stessi popoli. Invece, la copertura di queste stato di cose si è rivelata scarsa e oscura, riducendo l’opposizione alla guerra ad una questione di marketing per l’amministrazione U.S.A.

Richard Holbrooke, vicino alla sfera liberal, ha sottolineato “il punto chiave, [e cioè che] se si sommassero i cittadini [degli 8 paesi di cui era costituita in origine la Nuova Europa], si avrebbe una popolazione superiore di quella formata dai paesi che non hanno dato l’avvallo al piano americano”. Giusto, però si tralascia un particolare: le persone erano per la stragrande maggioranza contrarie alla guerra, e lo erano ancora di più che in quei paesi etichettati come Vecchia Europa.

Gli editorialisti del Wall Street Journal, e quindi della parte opposta, hanno commentato con grande entusiasmo le dichiarazioni dei primi 8 firmatari, capaci di “smascherare l’opinione convenzionale secondo cui Francia e Germania parlerebbero a nome di tutta l’Europa, e che tutta l’Europa sarebbe ora anti-americana.”
Gli 8 onorevoli capi della Nuova Europa hanno mostrato “che le ragioni della maggioranza pro-americana del Continente non venivano ascoltate”, ad eccezione degli editoriali del Journal, ora rivendicati. Gli editorialisti hanno attaccato i media alla loro “sinistra”, un segmento piuttosto consistente, che “spacciava come vera” la ridicola idea che la Germania e la Francia fossero portavoci dell’Europa, quando rappresentavano invece chiaramente un’esigua minoranza, diffondendo queste bugie “perché servivano gli scopi politici di chi, sia in Europa che in America, si oppone al presidente Bush rispetto alla questione irachena.”

Questa conclusione può essere vera: occorre però privare l’Europa degli europei, bocciando la dottrina che par d’essere dell’estrema sinistra, secondo cui la gente conta qualcosa in una società democratica.

(traduzione a cura di Milena Patuelli)

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