LA GUERRA E’
LA FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE?

4 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

Si pensa che le Nazioni Unite e la NATO siano state danneggiate, se non affondate, dal fallimento nel trovare un accordo sulla gestione della crisi irachena. C’è quindi da domandarsi se questo fallimento del sistema politico internazionale incrinerà ora anche l’architettura economica mondiale, e con essa la globalizzazione.

Gli accordi economici internazionali non sono mai stati facili da realizzare. Raggiungere il consenso fra i 145 membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dove il dissenso può causare aperte battaglie, era difficile già prima che i governi mondiali si dividessero nei due campi pro e anti americano. Invero, gli accordi commerciali multilaterali venivano messi in ombra da negoziati bilaterali, come quelli fra l’Unione europea e numerosi paesi in via di sviluppo, già molto prima che apparissero le divisioni sull’Iraq.

Certamente, il problema si sta aggravando e non tutto ciò che riguarda la globalizzazione è andato male. I controlli sull’immigrazione, per esempio, sono stati diluiti in numerosi Stati europei (soprattutto in Germania) a causa della diminuzione della popolazione e della mancanza di personale qualificato. Ma i periodi economici negativi sono i pochi momenti in cui i governi portano avanti coraggiose proposte economiche internazionali.

La fragilità economica delle maggiori economie è il problema maggiore. Agli Stati Uniti e all’Unione europea restano ormai poche leve fiscali e monetarie per combattere la debole congiuntura economica.

I tassi d’interesse a corto termine negli Stati Uniti, che si situano all’1,25%, sono ai minimi degli ultimi 40 anni. Il Congresso ha tagliato 100 miliardi di dollari dal decennale piano di tagli fiscali di 726 miliardi di dollari di George Bush, e gli Stati Uniti hanno previsto che il deficit federale nell’arco dei prossimi 10 anni ammonterà a 2 mila miliardi di dollari. Questa cifra è destinata ad aumentare visti i costi crescenti della guerra in Iraq. Il presidente Bush ha sottomesso una richiesta per 80 miliardi di dollari (pari allo 0,8% del Pil) in spese militari supplementari per quest’anno. Queste spese rischiano di assorbire risorse che potrebbero venire impiegate più efficacemente altrove, come è stato il caso quando si verificò la rapida crescita della produzione e del reddito che ha seguito l’arrivo del cosiddetto «dividendo della pace», subito dopo la fine della Guerra fredda.

Inoltre, altre nazioni (i paesi arabi, la Germania e il Giappone) non copriranno le spese militari americane come invece fu il caso nella Guerra del Golfo del 1991. Ora noi ci troviamo nella situazione abituale in cui la guerra viene finanziata dal debito statale, che peserà sulle future generazioni a meno che non venga eroso dall’inflazione.

Nella zona euro la tentazione di utilizzare stimoli fiscali (tasse più basse e/o spese pubbliche più alte) è stata tenuta sotto controllo fino a quando la guerra non ha dato un colpo al Patto di stabilità, il quale limita il deficit di budget dei paesi membri al 3% del Pil. Il limite ora verrà allentato viste le «eccezionali» circostanze dalla guerra in Iraq, dando una boccata d’ossigeno, ironicamente, ai principali oppositori della Guerra, Francia e Germania. Ma la Banca centrale europea è ancora riluttante nell’allentare la sua politica monetaria.

Per quanto riguarda il Giappone, sembra vi sia poca speranza che la seconda economia del mondo possa uscire dalla trappola della deflazione per generare la domanda necessaria a bilanciare la debolezza economica del resto del mondo.

Quattro anni di deflazione e una prolungata crisi bancaria offrono poche possibilità di stimoli economici. Alti prezzi petroliferi e un basso volume di scambi commerciali aggravano il problema. Ma gli alti prezzi petroliferi minacciano la salute dell’intera economia mondiale, che ammonta a 45 mila miliardi di dollari l’anno. I prezzi petroliferi hanno «flirtato» con il loro livello più alto dalla Guerra del Golfo e diventeranno ancora più alti nel momento in cui l’infrastruttura petrolifera irachena verrà danneggiata.

L’effetto avverso della crescita verrà sentito in tutto il mondo, ma in modo particolare in Cina e Corea del Sud, paesi dipendenti dal punto di vista energetico. Sebbene la crescita ufficiale cinese sia dell’8% nel 2002, il suo ampio deficit pubblico e l’estesa massa di debiti in sofferenza (circa il 40% del Pil) significano che non potrà permettersi alcun rallentamento economico se vorrà mantenere un alto tasso di occupazione, soprattutto nelle aree rurali. Alcune economie povere saranno direttamente danneggiate dalle perdite del mercato iracheno, che assorbe circa il 40% delle esportazioni di tè vietnamita e il 20% delle sue esportazioni di riso. Per altri, la debolezza delle principali economie mondiali comporta rischi politici.

La Turchia ha sofferto dell’aumento dei prezzi petroliferi, della discesa del reddito turistico (la sua seconda fonte di scambi con l’estero) e del declino degli investimenti esteri. Ora il tiepido sostegno del governo Erdogan alla politica americana in Iraq espone la Turchia al rischio che gli americani non si impegneranno come in passato per contribuire al suo benessere economico. I mercati globali potrebbero inoltre mettere in discussione la capacità della Turchia di «servire» il suo debito pubblico di 100 miliardi di dollari nel 2003 e nel 2004.

Il test sulla possibilità di rimettere in funzione la cooperazione multilaterale riconciliandola con la guerra dell’America al terrorismo e alla diffusione di armi di distruzione di massa, potrebbe essere offerta dalla ricostruzione dell’Iraq. Con costi valutati fra i 100 e i 600 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni per spodestare Saddam Hussein e occupare l’Iraq, gli Stati Uniti avranno ogni interesse a «internazionalizzare» la ricostruzione dell’Iraq. Il reddito iracheno di 20 miliardi di dollari l’anno provenienti dal petrolio non potrà coprire questi costi: questi soldi saranno appena sufficienti per coprire le spese della ricostruzione delle infrastrutture di base, per nutrire e ospitare la popolazione sfollata e pagare l’amministrazione civile del paese.

Dopo la cacciata dei Taliban avvenuta lo scorso anno, il contributo per la ricostruzione promesso al nuovo governo afghano di 4,5 miliardi di dollari ha dimostrato che l’approccio multilaterale per la ricostruzione è possibile. Ma il clima avvelenato che ha fatto seguito ai dibattiti dell’ONU sull’Iraq potrebbe dissuadere gli Stati Uniti dal tentare di usare questa via. Il presidente francese Jacques Chirac ha promesso di porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di sicurezza sulla ricostruzione che possa suonare come giustificazione a posteriori della guerra.

Se l’economia mondiale è alle porte di una ripresa, devono cessare i fallimenti diplomatici e lo scambio di accuse fra i grandi del mondo.

*Direttore dell’International Economics Program al Royal Institute for International Affairs di Londra.

Copyright Project Syndicate/Trad. Roberto Giannetti

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