La Grecia va lasciata al suo destino come fu per la Russia

1 Marzo 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Come si fa a confrontare un paese grande 132 mila chilometri quadrati e abitato da 11 milioni e 300 mila persone con uno che si estende per 17 milioni di km quadrati e con una popolazione di 143 milioni e 500 mila abitanti? Uno stato che ha un Pil di $318.082 milioni con uno che nel 1998 all’epoca della crisi contava per lo 0,9% del Pil mondiale e oggi cresce a un ritmo di $2.260.907 milioni? Lasciando da parte le differenze “fisiche” piu’ evidenti, i parallelismi sono molti se si entra nel merito delle rispettive gravi crisi finanziarie.

Le circostanze particolari della Federazione Russa dopo il collasso del comunismo la rendono un caso unico. Ma offre anche un insegnamento importante: come un paese e’ in grado di fare a meno di ingerire le amare pillole del Fmi, affrontare la malattia ma poi guarire. Mentre era alle prese con il peso insostenibile dell’austerita’ per ottenere gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, Mosca capi’ che la sua unica speranza era quella di smettere di pagare per il suo debito. In situazioni “normali” di crisi finanziaria, il tracollo dei conti pubblici travolge l’economia reale, ma offre anche un salvagente per ripartire: la svalutazione. Da quando l'”emergente” Russia rifiuto’ le politiche ortodosse dell’FMI e decise di non pagare piu’ i creditori, ha iniziato a rinascere e la sua crescita non si e’ piu’ fermata.

Il rilancio della produzione per effetto di una svalutazione competitiva e’ impossibile in Grecia allo stato attuale delle cose, perche’ Atene e’ vincolata dal progetto dell’area euro e impossibilitata a prendere scelte in materia di tassi di interesse. L’unica maniera per salvaguardare la moneta unica, secondo gli analisti, era avviare un giusto risanamento dei conti pubblici basato soprattutto sul rilancio dell’economia reale e sul taglio dei veri privilegi.

Si e’ scelto, invece, di affondare il Paese. I mercati finanziari hanno ripetutamente bocciato i piani di salvataggio, valutando la Grecia come tecnicamente fallita. Ed infatti, puntuale, e’ arrivata la perdita di valore dei titoli del debito. I ricchi greci, anche la piu’ alte cariche politiche, come gia’ denunciato da WSI, e grandi imprenditori stanno mettendo al sicuro milioni di euro di capitali in direzione di Berna, Berlino e Londra, impauriti dal rischio sempre piu’ reale di una uscita dall’euro, di un blocco dei conti correnti e di una svalutazione rovinosa. I poveri invece rimangono “a casa” senza speranza di un futuro migliore, in attesa di testimoniare il fallimento de facto dello Stato. Dovendo fare i conti con supermercati senza scorte di cibo e bevande, scuole senza libri e ospedali senza medicine.

E tutto cio’ non ha ancora portato a un cambiamento nelle decisioni prese ai piani alti delle autorita’ politiche europee. Anzi. Una ristrutturazione in Grecia comporterebbe perdite per le istituzioni finanziarie europee custodi di buona parte del debito pubblico del paese. E per questo c’e’ chi vuole che vada evitata a tutti i costi. Ma se da un lato una ristrutturazione preventiva potrebbe limitare i danni, continuare a rimandare l’appuntamento con il default rendera’ le cose ancora peggiori.

Prima dello scoppio della crisi economica, la caduta del Fmi nei bassifondi dello stadio dell’irrilevanza era gia’ iniziata. Ora l’organizzazione e’ tornata alla carica con pacchetti aiuto e richieste di riforme fiscali e di misure di austerita’, che impediscono il default del debito sovrano, ostacolando il naturale corso del sistema finanziario globale.

Ma come ha dimostrato la crisi russa del 1998, gli aiuti da parte dell’Fmi non precludono a priori un’eventuale situazione di default. Al momento l’ipotesi piu’ probabile parebbe quella del default selettivo di una parte del debito ellenico. Tagli drastici alla spesa pubblica renderebbero la flessione ancora peggiore e non rafforzerebbero di certo la competitivita’ delle imprese greche. La soluzione invocata dai vicini dell’eurozona sarebbe quella della privatizzazione, della liberalizzazione e dei forti tagli alla spesa pubblica.

Tuttavia, come dimostrano i casi di Russia e Argentina, la strategia si e’ rivelata fallimentare in passato. Alan Ciblis, direttore del dipartimento di economia politica all’Universidad Nacional de General Sarmiento di Buenos Aires, quando ha viaggiato in Grecia per parlare agli attivisti dell’esperienza dell’Argentina, anche lei finita in default dopo che gli aiuti Fmi e le misure di austerita’ non sono servite, ha confidato: “Mi manda fuori di testa che queste politiche che hanno fallito miseramente e ripetutamente vengano ora proposte dai paesi europei”.

Il caso russo e’ stato molto doloroso (raddoppio dei prezzi degli alimentari, mentre i prodotti importati costavano quasi 4 volte tanto), ma anche salutare per Mosca, perche’ ha costretto il governo a svalutare il rublo – andando contro il FMI – consentendo all’apparato di produzione russa di ridiventare competitivo e di rimettersi in moto sui mercati.

Il processo di riforma di un’economia altamente indebitata sull’orlo del default ha richiesto del tempo. Il tasso di poverta’ si e’ abbassato decisamente nei 10 anni successivi alla crisi, ma in parte lo ha fatto grazie all’incremento di otto volte dei prezzi del greggio. Il caro petrolio e le riforme economiche di Vladimir Putin a partire dal 1999 hanno alimentato la ripresa: tanto e’ vero che tra il 1999 e il 2005 la Russia ha conosciuto in media una crescita economica superiore al 6%.

Oltre che in una svalutazione clamorosa della valuta nazionale rispetto al dollaro, che ha permesso di rilanciare la produzione industriale, la crisi finanziaria del 1998 si concretizzo’ in un default sul debito interno e in una moratoria imposta sulle obbligazioni delle banche russe verso creditori stranieri, per evitare un default di massa del sistema bancario.

Le conseguenze di questa scelta furono un’inflazione dell’84%, l’esplosione del costo del welfare e il fallimento di alcuni istituti di credito malgrado la moratoria. Altre conseguenze furono fenomeni di accaparramento dei beni, soprattutto quelli di prima necessita’, il boom del mercato in nero, un crollo della domanda di beni e dei consumi, forti tensioni sociali. E milioni di risparmiatori che persero i loro soldi.

Perche’ la ripresa fu piu’ rapida del previsto? Principalmente per due fattori: la svalutazione del rublo e il vantaggio di essere un paese ancora nella fase embrionale del suo sviluppo permise alla Russia di sfruttare al meglio la globalizzazione dell’economia. Per Atene non sarebbe cosi’ facile. Ma il fatto e’ che non ci sono altre vie d’uscita.

La Grecia puo’ tornare alla dracma e approfittare del suo deprezzamento per rilanciare l’export, ma al contrario di Mosca, che era ancora in fase embrionale e sfrutto’ il boom della globalizzazione economica, non ha dalla sua parte immense risorse di materie prime.

L’economia russa ha raggiunto un livello produttivo nel giro di pochi anni, “mentre alla Grecia ne saranno necessari dieci se sara’ fortunata”, secondo Mark Weisbrot del Center for Economic and Policy Research (CEPR) di Washington, “e i poveri diventeranno poveri dagli 11 ai 12 milioni di cittadini”.

Essendo paese ricchissimo di beni come petrolio e gas, la Russia sfrutto’ la crescita della domanda di questi beni. Nei due anni successivi alla crisi il prezzo del petrolio aumento’ in fretta, contribuendo a creare un forte surplus per la Federazione russa.

Entrando nel merito dei numeri, il debito pubblico ellenico ammonta a una cifra compresa tra i 370 e i 500 miliardi di euro. La Russia, quando ha subito il suo default, aveva un debito di “soli” 79 miliardi di euro. Basta guardare queste cifre per capire quanto possa essere preoccupante la situazione greca.

Il default non sara’ una passeggiata e provochera’ un dissesto sociale. Ma i casi precedenti di Russia e Argentina dimostrano che la via dell’austerita’ degli aiuti non porta da nessuna parte.

Il paese della periferia dell’area euro vive gia’ da tempo con lo spettro della Russia. Non potendo fare affidamento su risorse naturali e sulla svalutazione della valuta, ad Atene non resta che attuare subito riforme per il conseguimento di maggiori posti di lavoro e strutture adeguate per il turismo e i servizi, punti di forza della nazione ellenica.

In un report pubblicato di recente Saxo Bank ricorda che in primo luogo bisogna smettere di fingere che si possa danzare attorno alla parola “default”. La crisi va affrontata di petto. In questo senso torna utile rifarsi alla Russia, per vedere che di strada ne ha fatta dal 1998 a oggi, e ora e’ uno dei paesi BRIC leader della crescita mondiale.

Se i politici non prenderanno in pugno la situazione, avverte Weisbrot, la Grecia continuera’ a rimbalzare da una crisi all’altra: “Non vedo propria una bella fine”. Per citare il Nobel per l’Economia Paul Krugman in momenti di crisi come quella attuale, il paradosso e’ che “e’ meglio avere debiti che crediti”.