LA GRANDE DEPRESSIONE DELL’EPOCA POST INDUSTRIALE

21 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Tutti i dati macroeconomici pubblicati nelle ultime settimane puntano con
decisione verso una sola conclusione: deflazione.

Gli indicatori mostrano che
la tendenza è chiara da tempo, ed era stata segnalata da molti osservatori
come il nuovo grande pericolo per lo sviluppo dell’eurozona. E negli Stati
Uniti suona, a più riprese, un autentico campanello d’allarme.

Il 14 maggio
Washington comunica i prezzi all’importazione, che per il mese di aprile
registrano un calo del 2,7%, il maggior declino nella storia di questo indice
nato 14 anni fa; anche depurandolo della componente petrolio, crollata del
16,2% in seguito alla conclusione della vicenda Iraq, resta una diminuzione
dello 0,9%.

Il giorno dopo tocca ai prezzi alla produzione, che da sempre
anticipano di circa 6-12 mesi l’andamento di quelli al dettaglio; anche in
questo caso il valore (-1,9%) è un record negativo da quando nel 1947 il
governo ha cominciato a calcolare l’indice. E il Core Index, quello cioè che
non tiene conto dei prodotti alimentari ed energetici in quanto maggiormente
volatili? In calo dello 0,9%, la maggiore contrazione dell’ultima decade.

Lo spettro della Grande Depressione prende definitivamente corpo il 16 maggio,
quando il Dipartimento del Lavoro rende noti i prezzi al consumo; indice
generale in calo dello 0,3%, il più consistente degli ultimi 19 mesi, e
quello core invariato per il secondo mese consecutivo, fenomeno che non si
registrava dal 1982.

Ancora qualche numero da brivido: su base annua – cioè
aprile 2003 su aprile 2002 – l’indice core complessivo è all’1,5%, il minor
tasso di crescita dal marzo 1966, mentre quello relativo alle spese per
consumi personali viaggia al di sotto dell’1%, il che ci fa tornare indietro
alla Seconda Guerra Mondiale.

Aggiungiamo che il prezzo delle case è calato per la prima volta dalla fine
del 2001 ed il quadro è ormai chiaro. Talmente chiaro che la Federal Reserve,
nel comunicato di commento alla riunione del 6 maggio, quindi prima che
fossero pubblicati questi dati, parla di «una sostanziale caduta
dell’inflazione» e la giudica unwelcome, cioè per nulla benvenuta; in questo
aggettivo c’è tutta la preoccupazione per un malessere che sta degenerando in
una grave patologia.

E se l’unica vera economia capitalistica del pianeta è
afflitta da questo inaridimento del tessuto economico, come si può immaginare
che la altre aree ne restino immuni o dispongano di armi più efficaci per
combatterlo?

Le soluzioni al problema provengono necessariamente da
oltreoceano e l’Europa vi si deve rapidamente adeguare, smettendo abiti
mentali ormai desueti; poiché siamo in una crisi da sovraddimensionamento
dell’offerta occorre innanzitutto elevare la domanda dei maggiori consumatori:
gli Stati.

Essendo quelli europei già in forte deficit, occorre reperire
nuove risorse finanziarie: una riforma del sistema previdenziale su scala
continentale libererebbe enormi energie. Ma ancora più importante è come
investire questi mezzi, dove indirizzare la spesa pubblica, se limitarsi a
generare una domanda generica e di breve respiro o stimolare una domanda
specifica, focalizzata sui settori capaci di promuovere una reazione a catena
duratura.

Una frase di Henry Ford accompagna in questi giorni una campagna
pubblicitaria: «C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova
tecnologia diventano per tutti». Individuare queste nuove tecnologie –
propagare i collegamenti Internet per la pubblica amministrazione e per i
privati incrementandone la velocità con il cablaggio delle città e il
passaggio all’Adsl, sviluppare la ricerca nel campo delle biotecnologie,
pianificare la progressiva espansione delle fonti energetiche alternative – e
puntarvi sopra molte fiches è forse l’unica, realistica e produttiva manovra
anti-deflazionistica.

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