La Germania calcola i vantaggi di un’uscita dall’Eurozona

26 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Tra qualche anno l’Europa potrebbe essere un posto molto diverso dalla bella alleanza di paesi democratici che conosciamo e amiamo». L’ultimo post del Nobel per l’economia, Paul Krugman, si conclude così. Con una frase da brivido che dà conto di un dibattito talmente avvilente da autorizzare anche gli americani a esercitarsi su cupi scenari di fine dell’euro – e dell’Europa.

Ieri, ad esempio, l’autorevole Ifo, l’istituto che rende noto ogni mese il clima di fiducia degli imprenditori tedeschi, ha fatto un calcolo cinico. Ma se si pensa che è diretto da Hans-Werner Sinn, l’economista che passa le sue giornate a vergare lettere contro l’Europa (l’ultima, nell’ordine, contro il vertice Ue di giugno, additato come prodromo di una «socializzazione delle perdite delle banche»), tutto torna. L’Ifo calcola che il default della Grecia costerebbe alla Germania 82 miliardi, se avvenisse fuori dall’euro. Ma se il crac si verificasse sotto l’ombrello dell’unione monetaria, ben 89 miliardi. Il messaggio è chiaro: prima si butta fuori Atene, meglio è.

Ma a nord delle Alpi ormai nulla è un tabù. Neanche le disquisizioni sullo scenario opposto. Che sia la Berlino, cioè ad abbandonare i partner europei e a lanciarsi nell’avventura di un nuovo marco. E, magari qualcuno già vagheggia l’assalto a mezza Europa. Con il rivalutatissimo neo-marco, Berlino potrebbe arraffarsi i i gioielli di Piazza Affari e delle altre Borse europee, ma anche le miriadi di aziende non quotate che sono già adesso in affanno ma che in un eurozona “residuale” varrebbero ancora meno.

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Per fortuna un rapporto Ubs ha fatto un’interessante analisi sugli elevatissimi costi, per i tedeschi, di una «secessione» dall’euro. E di recente molti importanti economisti se ne occupano con lo stesso obiettivo: fornire un monito a chi ne parla con leggerezza.

Per un paese forte come la Germania, scrive Ubs, con l’uscita dalla moneta unica si verificherebbe un apprezzamento del neo-marco del 40%. Le aziende tedesche che commerciano con il resto dell’eurozona e che fossero indebitate con le banche tedesche, rischierebbero fallimenti a catena; gli stessi istituti di credito subirebbero perdite gigantesche.

Tutti gli asset ancora in euro si svaluterebbero, costringendole a ricapitalizzare, probabilmente anche a carico dello Stato. E la forza del neo-marco farebbe crollare l’export del 20% (quasi il 40% delle esportazioni tedesche sono verso il resto dell’eurozona). Provocando anche reazioni scontate come dazi alla frontiera e protezionismi, negli altri paesi. Morale: il primo shock dell’uscita dalla moneta unica costerebbe 6-8.000 euro all’anno a ogni tedesco. In seguito, 3.500-4.500 euro.

Certo, i calcoli più probabili dei “secessionisti” tedeschi sono altri, probabilmente. Meglio uno shock ora che l’infinita agonia dei salvataggi europei. E l’economista Charles Wyplosz ci ha ricordato di recente che gli eventuali aiuti a Spagna e a Italia potrebbero richiedere uno sforzo da 1.300 miliardi. Che si sommano a quelli già sottoscritti a Irlanda, Grecia e Portogallo. Ma per fortuna i”cinque saggi” della Merkel ci hanno ricordato pochi giorni fa che la rottura incontrollata dell’euro farebbe tremare la Germania anche per altri motivi. La sua esposizione verso i 16 partner europei è di 3.330 miliardi di euro – il Pil tedesco ammonta a 2.400 miliardi circa, per dire. E ben 1.500 di questi crediti sono detenuti da imprese e famiglie. Che evaporerebbero, nel caso della fine dell’euro. E con essi, l’economia tedesca con il suo super-neo-marco.
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