LA FINTA GUERRA TRA CIBUS E ARENA

21 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Fabrizio Tedeschi e´ editorialista di Panorama Economy. Consulente di grandi banche e gruppi finanziari, per otto anni e´ stato responsabile della Divisione Intermediari della Consob a Milano.

(WSI) – Peccato. Per qualche giorno, ci eravamo illusi. Pensavamo finalmente di
assistere a un’Offerta pubblica d’acquisto (Opa) e alla relativa contro
Opa (obbligatoria per legge e, quindi, non proprio volontaria) sul
titolo Roncadin, con l’aggiunta di un bel contorno di raccolta di
deleghe per partecipare all’assemblea per la nomina del consiglio.
Un vero piatto forte.

Tutto l’armamentario previsto dal Testo Unico
della finanza era stato schierato e, quasi come una piccola battaglia,
sarebbero stati messi alla prova tutti gli strumenti sulla
contendibilità delle società quotate italiane. Un’autentica leccornia
per tutti gli amanti della Borsa e anche per gli investitori, che una
volta tanto sarebbero stati partecipi dei vantaggi riservati solitamente
agli azionisti di maggioranza.
Ma tutto questo si è risolto in una bolla di sapone.

Chi ha lanciato
l’offerta e la collaterale raccolta di deleghe, la Cibus N.V. dei
fratelli Roncadin, di fronte alla «imprevista» reazione dell’aggredito,
il gruppo Arena holding guidato da Dante Di Dario, che ha
esercitato un’opzione per l’acquisto del 15% in portafoglio a Cibus,
dopo aver lanciato la contro Opa obbligatoria con un solo centesimo di
euro di aumento, si è ritirato in buon ordine decidendo così di
consegnare i suoi 19.539.500 titoli all’aggredito, a sua volta divenuto
attaccante. Un’autentica azione di contropiede.
Davvero troppo facile.

Viene quasi da chiedersi come mai Cibus si sia
dimenticata di avere concesso un’opzione sulle azioni Roncadin nel suo
portafoglio. E come mai non abbia pensato di sciogliere un simile
vincolo prima di lanciare il proprio attacco o di fissare un prezzo di
offerta superiore. Quasi incredibile, dato che queste operazioni
finanziarie avvengono con l’ausilio di costosi avvocati d’affari e di
advisor bancari. Sembra troppo ingenuo pensare a una svista.

Molto più
facile è ipotizzare una ben congegnata manovra giuridica per mettere uno
dei due contendenti di fronte alla necessità di far fuori l’altro (o di
essere fatto fuori a sua volta), come avviene nelle più collaudate
clausole di stallo (dead lock) dei contratti internazionali. Se così
fosse, comunque, il Testo unico avrebbe dato una buona prova di sé,
perché ha consentito di sbloccare una situazione di paralisi societaria
e di far partecipare tutti gli azionisti ai benefici dell’affare.

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