La Finlandia non puo’ permettersi di uscire dall’euro

20 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Mentre cresce il numero di cittadini finlandesi che rimpiange l’ingresso nell’Eurozona 13 anni fa, i leader delle aziende del paese scandinavo avvertono del fatto che nel caso di un’uscita dall’area a 17 l’economia ne uscirebbe devastata.

“Prima della nascita dell’euro, dovevamo usare il markka, il rublo e il dollaro”, ha detto a Bloomberg Veli Vento, manager del gruppo alimentare finlandese Well Finland Oy, che fa affari nel mercato russo. “Ci imbattevamo sempre in tassi di cambio sfavorevoli, sia che si trattasse di comprare o vendere. Ogni volta che tentavamo di speculare sui tassi di cambio, perdavamo dei soldi”.

Il governo finlandese ha espresso in piu’ battute la sua contrarieta’ a nuovi piani di salvataggio per soccorrere i paesi indebitati in difficolta’ del blocco della moneta unica e l’ascesa del partito degli euroscettici “The Finns” – che nel 2011 e’ diventata la terza maggiore forza politica della nazione – ha spinto una serie di economisti tra i quali Nouriel Roubini a sentenziare che prima o poi Helsinki abbandonera’ l’Eurozona.

Un quarto degli elettori, stanco del crescente carico fiscale sui contribuenti e della risposta fiacca delle autorita’ politiche europee alla crisi, vuole ritornare alla markka, secondo un sondaggio commissionato dal quotidiano Kaleva in luglio.

Tuttavia le percentuali non dicono tutta la verita’. La Finlandia, una delle nazioni fondatori dell’euro, esporta circa il 40% della sua produzione complessiva nell’area euro. Gli scambi commerciali, come ha sottolineato il primo ministro Jirki Katainen, subirebbero dunque un brutto colpo nel caso in cui il paese nordico, che al contrario della Norvegia non puo’ contare su grandi risorse petrolifer, dovesse tornare a utilizzare la sua valuta nazionale.

L’insofferenza dei cittadini e’ comprensibile: la Finlandia e’ l’unico paese dell’area euro con un rating di tripla A e un outlook stabile, grazie alla sua disciplina fiscale di ferro e all’insistenza dell’esecutivo nell’ottenere collaterale in cambio dell’impegno a fornire finanziamenti esterni nell’ambito dei piani di salvataggio dei paesi periferici dell’Eurozona.