LA FINANZA E I CAPITALI SI SPOSTANO A ORIENTE

13 Gennaio 2008, di Redazione Wall Street Italia

L’economia globale, da qualche mese, sembra capovolta. Gli Stati Uniti, che hanno trascinato per decenni la crescita del mondo, sono avviati a un periodo di ristagno, mentre il ruolo di locomotiva globale è affidato ai paesi emergenti, soprattutto in Asia, sino ad ora immuni dalle difficoltà reali e finanziarie. La novità è che queste economie, per la prima volta, non sono state influenzate dalla crisi americana e persino l’Africa, bloccata per molti anni nella trappola della povertà, è entrata in un periodo di promettente sviluppo.

Il settore agricolo, da quando i cereali vengono utilizzati nei bio-combustibili, ha raddoppiato i prezzi e rende di più dei prodotti industriali e ad alta tecnologia. Le materie prime energetiche sono ai massimi storici e spingono uno sviluppo impetuoso anche in Russia.

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Le grandi banche americane, a valle della crisi dei mutui, hanno operato ampie svalutazioni del propri attivi e sono state soccorse dai fondi sovrani, cioè statali, dell’Asia e del Medio Oriente che ne sono diventati azionisti. Una grande agenzia di rating (Moody’s) sta meditando di declassare il debito pubblico americano, mentre un’altra (S&P) loda i conti pubblici dell’Italia. Per quanto sorprendenti, questi eventi non sono paradossi né manifestazioni di breve periodo, ma la conseguenza di grandi tendenze, da tempo in gestazione e oggi al centro di un mondo che ha ripreso a cambiare molto rapidamente.

Il ciclo globale della liquidità e della finanza, dopo dieci anni di crescita senza inflazione, dalla scorsa estate è girato al peggio, e ha oggi necessità di utilizzare i fondi accumulati negli anni in Asia e in Medio Oriente, in conseguenza dei forti squilibri commerciali. Si è scritto, con preoccupazione, che l’intervento massiccio dei fondi sovrani sia una sorta di «statalizzazione trans-nazionale». A me pare la conseguenza inevitabile della globalizzazione finanziaria, senza la quale molte banche dovrebbero restringere ulteriormente il credito, anche se lo storico Niall Ferguson, dall’Università di Harvard, ha evocato un parallelo inquietante tra gli Usa di oggi e l’impero Ottomano, declinato quando cedette la proprietà delle banche per pagare i propri debiti.

Al di là del ciclo del credito, non vi è dubbio comunque che lo sviluppo e la ricchezza stanno migrando in Asia e nei Paesi emergenti, sospinti da demografia e tecnologia. Questa migrazione ha reso possibile un decennio di crescita senza inflazione, grazie all’offerta pressoché illimitata di prodotti a basso prezzo. Ma chi aveva preconizzato che la Cina avrebbe conquistato l’Occidente con i prodotti, poi con i capitali e infine con la politica vede una conferma delle proprie previsioni.

Gli Stati Uniti oggi mantengono una chiara primazia in termini economici e militari. Ma un viaggio in Asia è sufficiente a evidenziare lo sviluppo di quell’area e della sua classe media, al di là delle cifre che già collocano la Cina al secondo posto nella classifica del prodotto lordo per Paesi. Ad oggi, è senz’altro troppo presto per valutare la persistenza di queste tendenze e per capire quel che farà l’Europa, nel mezzo di una grande trasformazione istituzionale, ma ancora in cerca di una politica e di una vocazione economica.

In questo quadro, la risposta non può essere la chiusura, ma una migliore integrazione e un più profondo adattamento che faccia leva sui nostri punti di vantaggio. Se questo è vero, gli ingredienti fondamentali di una buona politica paiono una maggiore libertà economica, per adattare rapidamente il modello di specializzazione senza le barriere che ancora esistono, e una efficiente protezione sociale, per aiutare la classe media, marginalizzata dai grandi cambiamenti.

Soltanto il tempo, e una profonda comprensione dei fenomeni, ci aiuteranno a trovare una via di successo. Viviamo in un mondo incerto, dove tendenze simili a quelle che stiamo vivendo si sono a loro volta arrestate (ricordate il pericolo giapponese degli Anni Settanta e Ottanta?). Non ha senso dunque azzardare previsioni a lungo termine. Soltanto una cosa si può dire con sicurezza: il futuro non è più quello di una volta.

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