LA FAVOLA DEL PAESE CHE VA

13 Febbraio 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – La recessione mondiale ci presenta il conto. E per l’Italia è un conto salatissimo. Il crollo del 4,9 per cento del Prodotto interno lordo generato dalla nazione nel 2009 non colpisce tanto per la sua dimensione epocale: uno schianto di questa portata non si registrava da ben trentanove anni. Stupisce anche per la sua progressione tendenziale: nel quarto trimestre dell’anno passato politici incoscienti e analisti confidenti scommettevano su una ripresa, magari anche modesta, e invece il Pil è caduto ancora (del 2,8 per cento sul quarto trimestre 2008, e dello 0,2 sui tre trimestri precedenti).

Alla faccia di Berlusconi e Tremonti, dunque, la nave non va proprio. E stavolta il premier non può raccontare all’opinione pubblica la solita favola rassicurante, che ripete come un esorcismo da due anni a questa parte: “l’Italia va meglio degli altri”. Nell’ultima parte del 2009, quanto a tassi di crescita, anche i Paesi più in affanno nel G7 (dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna) hanno dato segnali di risveglio. Solo noi continuiamo a languire, e a deperire, nel “grande sonno” dell’accidiosa propaganda governativa. Ecco cosa significa accontentarsi del “meno peggio”, come ha scritto tre giorni fa Tito Boeri su questo giornale. L’Italia paga il costo del suo immobilismo. La sedicente “politica del fare”, soprattutto in economia, è precipitata ormai da troppo tempo in un renitente “governo del non fare”.

È vero. Questa stralunata “Berlusconomics”, attendista e rinunciataria, ha consentito all’Italia di sfilarsi momentaneamente dal girone infernale del Club Med. Oggi, quando si parla di “Pigs”, i “maiali” che infettano Eurolandia con i loro conti pubblici in disordine, si evocano Portogallo, Grecia e Spagna. A giudizio dei mercati, la “I” di mezzo non è più l’Italia, che è uscita dall’acronimo infamante. È l’Irlanda, come conferma uno studio appena uscita su lavoce. info. Se si prendono in esame i tre criteri fondamentali per stabilire la tenuta di un Paese (solvibilità, liquidità e recessione con cambio sopravvalutato) il caso irlandese è persino più grave di quello greco. Il debito estero di Dublino è pari a nove volte il Pil, quello pubblico (sull’estero) è oltre il doppio delle entrate, le riserve della Banca centrale coprono solo un 460mo del debito a breve, il cambio reale si è apprezzato del 13 per cento dal 2005 e il Pil è crollato del 7,5 per cento.

Il caso italiano, all’opposto, è quello meno grave, almeno per quanto riguarda il deficit, il debito estero, le riserve, il cambio reale. Ma la stessa cosa non si può dire per la crescita, che invece ci vede fortemente penalizzati anche rispetto a quelli che gli economisti chiamano i “porci con le ali”, cioè Spagna, Portogallo e Grecia. Qui sta il vero dramma italiano di questi anni. Sul fronte della finanza pubblica abbiamo evitato la bancarotta, con una pura logica di riduzione del danno. Le tasse non sono affatto calate (e infatti la pressione fiscale cresce in termini reali) ma almeno la caduta di gettito non è stata disastrosa. La spesa corrente non è stata ridotta (viceversa, continua a crescere nell’ordine dei 2 punti percentuali) ma almeno il suo aumento non è stato rovinoso. Questo ha permesso al ministro del Tesoro di restare a galla nella tempesta perfetta, evitando che un attacco speculativo sugli spread o un fallimento all’asta dei titoli di Stato si trasformassero in un iceberg fatale.

Ma sul fronte delle riforme di sistema e delle misure per lo sviluppo il Paese vive forse uno dei periodi più bui della sua storia. Non si vede uno straccio di politica economica. La riforma fiscale, annunciata in pompa magna dal Cavaliere, è già finita nel solaio di Tremonti e nel dimenticatoio dei contribuenti. La riforma del Welfare, auspicata solennemente da Sacconi, giace in un limbo inafferrabile. Non si vede, soprattutto, un barlume di politica industriale. La Fiat delocalizza in Brasile e in Messico e chiude Termini Imerese, e Scajola non trova di meglio da fare che giocare al gatto col topo sugli incentivi e smerciare ogni giorno improbabili piani di riconversione. Le multinazionali pesanti come Alcoa e Glaxo se ne vanno, lasciando per strada operai e impiegati, le grandi industrie della ricerca come Motorola e Italtel chiudono, licenziando ingegneri e personale qualificato.

A dispetto delle risibili rassicurazioni politiche e manageriali di questi mesi, stiamo per cedere altri pezzi pregiati della nostra produzione nazionale: Alitalia prima o poi finirà in pancia ai francesi di Air France, Telecom presto o tardi finirà in braccio agli spagnoli di Telefonica. La “scelta strategica” di Berlusconi per sostenere la crescita, finora, è stata una sola: il gigantesco “cantiere in deroga” a tutto (leggi, regolamenti, controlli) costruito dalle mani sapienti di Bertolaso e dei suoi operosi collaboratori. Il glorioso “modello Protezione Civile Spa”: un’altra bolla speculativa, tra le tante gonfiate ed esplose in questi anni di gelatina.

Per il resto, cosa rimarrà dell’Azienda Italia? Cosa produrremo tra dieci anni? Basteranno le piccole e medie imprese del Quarto Capitalismo a salvarci? In quali settori saremo più bravi, o almeno più competitivi? Nessuno lo sa. Soprattutto, nessuno lo dice, tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli. L’Economist uscito ieri, in un’inchiesta a tutto campo sulle prospettive del 2010, vede all’orizzonte “nuovi pericoli per l’economia mondiale”. Se il governo li affronta così, confuso, sfiancato e indeciso a tutto, l’Italia potrà anche uscire dal recinto dei “pig”. Ma dovrà scordarsi per sempre di entrare in quello dei “big”.

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