LA DISSOLUZIONE
DEI COMUNISTI

6 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
«Sapevo da tempo quanto Nicola fosse vicino a un gesto di indubbio valore simbolico per un uomo di grande misura, un vecchio gentiluomo meridionale di impianto liberale, poco avvezzo alle pratiche feroci della politica». Claudio Velardi è al volante, torna a Roma da una vacanza in Provenza.

Per l’ex colonna del dalemismo l’addio di Nicola Rossi alla Quercia era chiaro da mesi: «Ogni volta che lo vedevo, mi appariva più pessimista sul riformismo della sinistra» Velardi e Rossi si conoscono dal luglio 1994, data di elezione di Massimo D’Alema alla segreteria Pds, «e di fondazione del famigerato staff dei D’Alema boys», ride. L’elenco è rapido: «Fabrizio Rondolino ed io. Poi Gianni Cuperlo e Claudio Ligas… Intorno tre gruppi di lavoro sulle riforme sociali». Velardi ne parla col distacco di chi oggi guarda a un futuro di lobbysmo contemporaneo col suo «Retionline»: «Mettemmo su un vero progetto di nuovo welfare. Fase bella, creativa. Niente “politica”. Ma politiche, scelte concrete».

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Nicola Rossi (clicca su: nicolarossi.it) emerse subito «come l’uomo che aveva le idee più innovative». Un’era finita subito: «Mi fanno ridere certi giovanotti che oggi parlano di morte del dalemismo. Ma se è morto col discorso di chiusura del Congresso Pds del 1997!» Ovvero? «Quel giorno D’Alema spinse l’acceleratore su riforme e pensioni. C’era molto lavoro di Nicola… Ad ascoltarlo Berlusconi, Bertinotti, Fini. Tutti impressionati. Fu l’apice e la fine del Dalemismo».

Perché? «Alla fine D’Alema venne circondato da cinquanta burocrati del sindacato che gli chiesero conto delle sue parole. E non se ne parlò più. L’estremo tentativo per le riforme fu la Bicamerale, e sappiamo com’è finita». Dopo il passaggio a palazzo Chigi dei Lothar Boys, comincia la diaspora dei dalemiani: «Un lento, progressivo abbandono. D’Alema? C’è la sua carriera, benone, siamo contenti di ciò che di bello è in grado di fare. Ma il riformismo dalemiano è finito allora».

Oggi Velardi parla più volentieri d’altro, per esempio del successo su Raiuno della fiction «Raccontami», concepita da Paypermoon di cui è vicepresidente. Però se discuti di riformismo lo inviti ancora a nozze («sia ben chiaro, con l’ottica di chi punta presto ad altre vacanze in Provenza»). Che fare, Velardi? «L’unica via è il partito democratico. Sarà ciò che è giusto che sia: un gran calderone, uno scontro tra anime diverse.

Ma è lì che i riformisti dovranno contarsi e decidere di pesare. Raggiungeranno il 3, il 5 per cento nel congresso? Meglio dello zero per cento di oggi. Dico ai Latorre, ai Polito, ai Cuperlo: liberatevi dagli apparati, diventate più visibili. Che so, mettete su una corrente riformista in Parlamento».

Quindi è d’accordo proprio con Rossi quando dice che aderire al gruppo parlamentare dell’Ulivo senza tessera può essere un primo passo verso il partito democratico? «Certo. Infatti anche lui se la prende con gli apparati».

Ha letto Antonio Polito? Finito il dalemismo «siamo diventati erranti senza partito»: «Vero. Ma proprio per questo bisogna organizzarsi. Anche lui se ne sta un po’ acquattato nella Margherita e non riesce a fare vere battaglie». Avvertono Nicola Latorre e Anna Finocchiaro: attenzione, il riformismo non si impone dall’alto. Un’altra risata: «Dall’alto, dal basso… mi pare un alibi. Se aspettiamo un corteo per la riforma delle pensioni stiamo freschi. C’è da convincere il popolo della sinistra che quella riforma riguarda tutti i nostri figli».

Francesco Giavazzi calcola: i Ds hanno mandato al governo 9 ministri, 7 viceministro, 20 sottosegretari, davvero non c’era posto per Rossi? La reazione di Velardi è immediata: «Sulla sete di potere del mio amico Nicola metto la mano sul fuoco: un signore dell’ottima borghesia, gran professore universitario, produce buon vino, non ha fregole di posti. Ma se i Ds hanno confermato grosso modo la squadra del 1996 è chiaro che la domanda di Giavazzi è legittima».

C’è chi teme la dissoluzione dei Ds, Velardi. Lei? «Il Pci era al 34%, oggi i Ds al 16%. Se non saltano il guado, se non si impegnano sul riformismo i Ds, entità transeunte come il Pds, cioè “qualcosa” che non è mai davvero uscita dalla storia del Pci, rischiano la più lenta delle erosioni. Il 16, poi il 14. Dopo chissà».

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