LA DESTRA IMPOSSIBILE

19 Luglio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Ce la farebbe il bipolarismo italiano a sopravvivere alla scomparsa politica di Silvio Berlusconi? Preso atto del declino all’apparenza inarrestabile della coalizione di governo, è questo l’interrogativo ormai all’ordine del giorno nella vita politica del Paese. Al quale si è tentati di rispondere negativamente soprattutto in forza di una sensazione diffusa, e cioè che, tolto di mezzo Berlusconi, la Destra italiana si spappolerebbe e molte sue parti (a cominciare da Forza Italia) sarebbero attirate dal centro: e dunque addio a uno dei due Poli.

In effetti è una sensazione fondata su un dato incontrovertibile: dal 2001 a oggi il presidente del Consiglio e i suoi alleati non sono riusciti a dare corpo ad alcuna piattaforma ideale sufficientemente ampia, articolata e minimamente omogenea, ad alcuna prospettiva politico-programmatica di lungo periodo, ad alcuno strutturato radicamento sociale. In Italia, insomma, a tre anni dalla sua vittoria elettorale la Destra è tuttora un fantasma: non ha libri e giornali di larga circolazione, non ha poteri forti alle spalle, non ha parole d’ordine, non ha un discorso pubblico condiviso perché non ha valori forti e positivi comuni.

Ciò accade per l’inadeguatezza di uomini e partiti, certo, ma anche a causa, credo, di qualcosa di molto più importante e profondo. A causa, cioè, di una fortissima tradizione nazionale (alla quale, nel secolo che è alle nostre spalle, hanno dato mano tanto il cattolicesimo politico che il fascismo, che il socialismo e il comunismo gramsciano) in base alla quale tradizione nel nostro passato hanno prevalentemente, se non quasi sempre, avuto la meglio le forze del mutamento che si riconoscevano nella dimensione delle masse, dello Stato, della socialità omologante, anziché le forze, egualmente del mutamento, ma che si riconoscevano nella dimensione tipicamente liberale della meritocrazia, della competizione, dell’efficienza e del rischio.

L’assenza in Italia di una Destra liberale (quella fascista è per tanti versi una Destra imparentata alla Sinistra) ha corrisposto alla tradizionale assenza dei fattori suddetti dal nostro panorama ideologico-culturale nonché dalle nostre politiche pubbliche, assenza che la Casa delle Libertà non ha in nessuna misura colmato; semmai avesse avuto la più piccola idea di doverlo fare e di come farlo.

Sicché l’Italia sembra condannata a dover per forza fare a meno di una delle due gambe che in altri Paesi, con il loro moto alterno ma alla fine armonioso, hanno assicurato il cammino della modernità. Da noi, cioè, il mutamento sembra che possa essere solo quello assicurato in nome dei valori propri della Sinistra, e naturalmente con la Sinistra come protagonista.

Il guaio è che ci sono momenti, com’è probabilmente quello che l’Italia sta attraversando da alcuni anni, in cui, per ragioni storiche generali e specifiche della nostra vicenda nazionale, ci sarebbe bisogno proprio di cambiamenti ispirati a valori di Destra (la meritocrazia, l’efficienza, la competizione di cui sopra), valori che però la Destra italiana non vuole e non sa rappresentare, come mostra per l’appunto la penosa performance della Casa delle Libertà.

Con la conseguenza, tipica della nostra vicenda politica da trent’anni a questa parte (e che puntualmente sembra sul punto anche oggi di ripresentarsi), che allora la Sinistra è tentata-obbligata di fare lei anche la parte della Destra, condannandosi in tal modo, però, a un’inevitabile guerra intestina tra «puri» e «opportunisti», tra «radicali» e «riformisti», che minaccia di portare al fallimento anche ogni sua eventuale esperienza di governo.

Copyright © Il Corriere della Sera per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved