LA CRESCITA AMERICANA CONTINUA

31 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

La locomotiva americana cresce, ma meno del previsto. Questo è quanto leggerete dovunque. In realtà, la prima stima anticipatoria della crescita del prodotto interno lordo statunitense nel quarto trimestre 2003, diramata ieri dal Dipartimento del Commercio, ha fatto fregare le mani a Greg Mankiw, il capo dei consiglieri economici di George Bush, e lascia a bocca asciutta i candidati democratici. Una crescita che, anche se meno del previsto, resta vigorosa, infatti impedisce di dire esattamente le due cose che ai candidati democratici farebbero giuoco.

Che si è interrotta perché è una falsa crescita. O che è troppo forte perché drogata, cosa che spingerebbe Alan Greenspan a tirare il freno monetario e ad alzare i tassi d’interesse prima del voto. Invece nessuna delle due malaparate si verifica, perciò Mankiw e il suo capo ieri erano soddisfatti. Nel quarto trimestre il pil tendenziale è salito del 4 per cento dopo il balzo dell’8,2 per cento dei tre mesi precedenti. Il dato sarà rivisto a fine febbraio e rettificato a marzo, ma se confermato significherebbe che la crescita Usa 2003 è stata del 3,1 per cento, rispetto al più 2,2 nel 2002. Più del doppio di Eurolandia.

La media degli analisti si attendeva un dato più verso il 5 che verso il 4 per cento, ma inevitabilmente ciò avrebbe comportato qualche rischio di surriscaldamento. Nessuno pensava ripetibile il dato del terzo trimestre, dovuto al concentrarsi dell’arrivo alle famiglie del grosso dei tagli alle imposte, dei bonus per l’acquisto di auto e del rifinanziamento dei mutui immobiliari.

A questo si doveva la trascinante ripresa dei consumi interni, che da soli contano per due terzi del pil americano. L’aumento del 6,9 per cento dei consumi nel terzo trimestre era irripetibile. Ma che rispetto a quella soglia nel trimestre successivo si registri ancora un più 2,6 per cento mostra per Mankiw due cose. Primo, che gli americani continuano ad avere crescente fiducia in Bush (e infatti ieri l’indice elaborato dall’Università del Michigan sulla fiducia dei consumatori ha registrato a gennaio un balzo a 103,8 punti dai 92,6 di dicembre, stupendo gli analisti).

Secondo, che si avrà buon gioco a dire in campagna elettorale che per sostenere la fiducia occorre rendere permanenti i tagli fiscali chiesti da Bush e che il Congresso ha approvato “a tempo”. Quanto alle imprese, tendenza e ragionamenti sono analoghi. Gli investimenti fissi crescono del 6,9 per cento nel quarto trimestre rispetto all’incredibile più 12,8 del terzo. Le imprese nel quarto trimestre hanno mantenuto una crescita degli acquisti in tecnologie e computer del 10 per cento, quindi la produttività resterà sempre alta. E infatti anche l’indice degli acquisti di Chicago a gennaio è schizzato a 65,9 rispetto ai 59 punti di dicembre (sopra i 50 vuol dire che l’economia cresce).

Nel quarto trimestre le imprese hanno realizzato il record di crescita degli utili dal 1993, con un +47 per cento rispetto a un aumento dell’11 per cento dei ricavi: la Borsa quindi continuerà a salire, ma senza strappi verso l’alto. La crescita nel settore manifatturiero è sostenibile, lo conferma il fatto che la ricostituzione delle scorte – ripresa nel quarto trimestre, nel terzo erano diminuite – contribuisca solo per uno 0,61 per cento alla ripresa.

Ciò significa che nei prossimi sei mesi, decisivi per il voto, le scorte potranno ulteriormente contribuire alla crescita del pil. Gli effetti del dollaro debole Grazie all’elevata produttività, l’inflazione continua a non essere un problema, con un incremento solo del 0,6 per cento rispetto all’1,8 precedente. Di fronte a questi dati ieri Brad De Long, uno dei più ascoltati guru tra gli economisti liberal-rigorosi americani, e l’unico a tenere un forum online di commenti sempre aperto a comunità accademica e analisti, derideva senza mezzi termini il sito dell’Economist, che poche ore prima annunciava il cambio di segno della politica monetaria americana e guai imprevisti dunque per Bush sotto elezioni.

“Il costo del lavoro diminuisce del 2 per cento l’anno, l’inflazione al consumo depurata da importazioni e alimentari stagionali è sotto zero, il mercato del lavoro migliora molto lentamente e dunque senza tensioni salariali, e in tutto questo la Fed dovrebbe alzare i tassi per fare un piacere all’Europa? Ma per favore”. Ciliegina sulla torta: il dollaro debole inizia a fare effetto, nel quarto trimestre le esportazioni Usa si riprendono con un robusto più 19,1 per cento. Che l’euro ieri abbia ripreso a salire sui mercati stimando la crescita Usa meno solida delle attese è un problema tutto europeo.

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