LA CONTA DEI BUSINESSMEN

7 Ottobre 2003, di Redazione Wall Street Italia

L’elezione al vertice di Confindustria di Antonio D’Amato contro il candidato della lobby torinese Carlo Calleri era sembrata la sanzione della fine della lunga epoca in cui l’associazione degli imprenditori era vissuta all’ombra della Fiat, e c’era senz’altro qualcosa di vero.

Ora la presidenza D’Amato volge al termine e nella ricerca del suo successore le opinioni della Fiat tornano a essere assai rilevanti, nonostante le difficolta’ dell’azienda del Lingotto. Non e’ certo secondario se almeno tre dei candidati piu’ accreditati (Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Pininfarina e Giancarlo Cerutti) siano di marca torinese. Puo’ darsi che alla fine prevalga la continuita’ con Guidalberto Guidi, ma potra’ accadere solo con un beneplacito delle grandi imprese, non con una loro sconfitta.

Questa difficolta’ della presidenza attuale ad assicurarsi una successione che ne esprima la continuita’ e la conseguenza del giudizio non lusinghiero che la sua attivita’ raccoglie tra gli industriali. In una prima fase e’ apparsa troppo appiattita sulle posizioni del governo, poi si e’ rentinamente smarcata piu’ dicono i suoi avversari, per difendere i sussidi a fondo perduto per le industrie meridionali che per rivendicare riforme strutturali.

Anche la riforma delle pensioni annunciata dal governo, che D’Amato ascrive alla propria insistenza, non piace alla grande industria, soprattutto per la concessione di incentivi a chi resta al lavoro dopo aver raggiunto i limiti pensionistici. Le grandi imprese utilizzano largamente i prepensionamenti per le loro ristrutturazioni, e comunque riducono costantemente, ormai da un decennio, la massa dei loro dipendenti.

Cosi’ Umberto Agnelli, che non si era associato alla campagna di D’Amato per la riforma, ora giudica “inutili e costosi” gli incentivi. Guardando agli interessi corporativi l’industria italiana rischia una perdita di ruolo. D’Amato ha fatto molte buone cose e ha coltivato ambizioni alte, ma la trasformazione dell’imprenditoria italiana in classe dirigente era un’ambizione troppo alta.

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