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LA CINA CORRE
E INSEGUE
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(WSI) – La primavera cinese si è chiusa con un altro primato, crescita a più 11,3% rispetto a un anno fa: obiettivo del governo mancato per eccesso. Ma la stagione era iniziata, un venerdì di marzo, con un altro record forse meno visibile e più rivelatore della febbre da finanza che ha raggiunto Pechino. Nel grattacielo della Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), con le loro cartelle piene di presentazioni elettroniche, i dignitari di quasi tutte le grandi banche d’affari del mondo si sono sfidati in un concorso di bellezza sotto gli sguardi impassibili dei plenipotenziari di Jiang Jianqing.

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Lui, il presidente della Icbc, a quella parata di occidentali ansiosi di offrirgli i loro servizi non c’era. Ma quale sia il suo potere lo si era già visto mesi prima, quando Hank Paulson aveva preso la figlia di Jiang con sé a New York. Da presidente di Goldman Sachs – ha rivelato «Fortune» – Paulson le ha offerto un’esperienza nell’istituto d’affari più ambito al mondo. Poco importa se altri per un’occasione del genere devono superare decine di esami, perché quella è una vecchia tecnica: anche Merrill Lynch, UBS o Crédit Suisse assumono figli o generi dei potenti nella nomenklatura cinese, pur di ottenere un mandato per la quotazione in Borsa di un colosso come Icbc.

Proprio ieri il primo istituto di credito del Paese, con i suoi 12 miliardi di dollari di utile netto l’anno, ha avuto il via libera per quotarsi in autunno a Hong Kong e a Shanghai. Ovviamente lo Stato cederà agli investitori internazionali solo una quota di minoranza del gruppo, benché conti di raccogliere almeno 14 miliardi di dollari (la terza più grande offerta di Borsa della storia). Eppure il mandato per condurre in porto l’operazione, malgrado il successo al concorso di bellezza e il viaggio a New York per la figlia di Jiang, alla fine non è andato a Goldman Sachs.
Sarà che Paulson allora era sul punto di essere chiamato da George Bush alla guida del Tesoro americano. O che Goldman ha già curato il collocamento di Bank of China, che ha rastrellato a sua volta quasi 12 miliardi. Ma stavolta le ricche commissioni andranno a Merrill, Crédit Suisse, Deutsche Bank e China International Capital. Se le meritano: il loro lavoro sarà delicatissimo. Se in Cina la prossima sommossa non verrà dalle miniere o dalle carceri, rischia infatti di arrivare dalla Borsa.

Quando a giugno Bank of China ha iniziato a vendere le sue azioni a Hong Kong – racconta l’economista di Pechino Fan Gang – i risparmiatori cinesi si sono ribellati perché quella scelta li tagliava fuori. Anche loro, non solo i fondi pensione della California o i cardiologi di Camberra, vogliono i dividendi finanziari di una crescita apparentemente inarrestabile: ieri l’aumento del prodotto lordo cinese è uscito appunto all’astronomico ritmo annuo dell’11,3% nel secondo trimestre, e a metà anno gli investimenti in fabbriche o macchinari sono saliti del 30%.

Alla fine così la Bank of China è andata in vendita anche a Shanghai, per il pubblico locale, e lo stesso farà Icbc. Ma che il boom industriale si traduca automaticamente in ricchezza azionaria resta da dimostrare, perché i timori di un trauma da sbornia non sono affatto scongiurati. I revisori di Ernst & Young calcolano con una stima davvero prudente (anche loro sono nell’affare Icbc) che le sofferenze del sistema bancario cinese ammontino già a oltre 300 miliardi di dollari. L’eccesso di prestiti bancari e di investimenti in capacità produttiva porterebbe a un crollo dei profitti e a fallimenti a catena.

Lo stesso imminente ingresso delle banche giapponesi e americane sul mercato cinese – nota il viceministro all’Economia di Tokyo, Hiroshi Watanabe – può aggravare le difficoltà del sistema locale del credito. A Pechino nei giorni scorsi Lorenzo Bini Smaghi, dell’esecutivo della Banca centrale europea, ha persino messo in guardia i suoi colleghi della Banca del popolo per la loro linea di credito facile e valuta debole vincolata al dollaro: «L’obiettivo della politica monetaria non dovrebbe essere la stabilità anziché la promozione dell’export e della crescita?», ha chiesto. La risposta, con buona pace di Paulson, non l’ha portata certo a Wall Street la figlia di Jiang Jianqing.

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